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Lamalera, Indonesia: i pescatori cacciano squali con arpioni di bambù.

Una pesca molto rischiosa, tradizionale e sostenibile: gli animali vengono utilizzati soltanto per mangiare

Testo e fotografie di Fulvio Bugani - Marzo 2012

Lamalera è l’ultimo villaggio della terra dove gli esseri umani cacciano ancora le balene, gli squali, le orche e i delfini con arpioni di bambù. E’ un modo di pescare e vivere pericoloso e selvaggio che coinvolge tutti gli uomini del villaggio situato nell’arcipelago di Solor, sull’isola di Lembata, in Indonesia. Come i personaggi di Moby Dick questi intrepidi pescatori vanno a caccia utilizzando arpioni di bambù e lanciandosi dalle barche di legno sui dorsi dei capodogli, degli squali o dei delfini usando la forza del peso per ritrarre l’arpione. Cacciano solo per mangiare ed utilizzano poi ogni singola parte degli animali catturati, la cui carne viene messa ad essiccare al sole per poter essere conservata anche nei mesi invernali.

Arrivarci è un’avventura, dall’isola di Bali bisogna salire in un piccolo aereo che, dopo qualche inevitabile scalo intermedio, atterra a Maumere, nell’ isola di Flores, a poche miglia marine a nord di Timor. Da Maumere, dovete cercare di infilarvi in uno dei coloratissimi bemo, sorta di pulmini taxi, e raggiungere il porto di Larantuka, dall’altra parte dell’isola. Da Larantuka, in giorni e orari imprecisati, salpa uno scassato ferry boat che dopo una giornata di viaggio tra le isole della Sondauan approda a Lewoleba, la cittadina più importante dell’isola di Lembata. Quattrocento case, una dozzina di strade, il resto spiagge e palmeti. Non fatevi impressionare dalla minacciosa presenza dell’ Ili Api, la Montagna di Fuoco dal perenne pennacchio di fumo. Rivolgetegli soltanto un breve augurio di “buon sonno” come fanno i nativi, e cercate di non pensare che si tratta di uno dei vulcani più a rischio di eruzione del pianeta.

A questo punto comincia la parte più dura del viaggio: per raggiungere Lamalera bisogna attraversare la catena montuosa e la foresta che fanno da spina dorsale all’isola e c’è solo un camioncino che collega il porto con Lamalera percorrendo una strada sterrata con buche larghe e profonde. Una gradevole sorpresa è l’innata cortesia degli indonesiani. La frase «mi spiace ma non c’è più posto», in queste isole, è un grave atto di maleducazione, quindi quelle sei o sette ore di camion vi lasceranno un ricordo indelebile e sovraffollato.

Alla fine, quando proprio non ne potete più, siete arrivati a Lamalera, l’ultimo villaggio di balenieri ecologici del mondo che ancor oggi cacciano i grandi cetacei, le mante e gli squali su piroghe di legno utilizzando come unica arma un arpione di bambù e tanto coraggio. Se “balenieri ecologici” vi pare un ossimoro, considerate che per questa gente, la pesca di cetacei, squali e mante, rimane l’unica fonte di nutrimento. La stessa Greenpeace ha definito assolutamente ininfluente ai fini della conservazione il numero di animali che i balenieri di Lamalera riescono a fiocinare in un anno e che danno sostentamento a tutto il villaggio.

L’ingresso in mare delle piccole barche di legno chiamate "tena", è uno dei momenti più rischiosi considerando che le impetuose onde dell’oceano si infrangono sugli scogli che affiorano dall’acqua. I pescatori escono con queste imbarcazioni per cacciare squali, orche e delfini. Vengono spinte in mare, l’equipaggio rivolge una preghiera a dio e si prepara a salpare.


© Fulvio Bugani - www.fotoimage.it

I rematori cominciano a pagaiare forte e a prua il capo barca prepara il suo arpione di bambù pronto a gettarsi sulle prede con tutto il peso del corpo, in modo che penetrari in profondità. Il ramponiere, come un equilibrista, rimane saldamente ancorato alla sua postazione, assecondando il movimento delle onde che fanno rullare la barca.

In piedi sul legno bagnato, senza alcun appoggio, rimane fermo con la lunga asta di bambù in mano pronto a lanciarsi sulla preda. Una battuta di caccia può durare anche una intera giornata e trascinare la tena a molte miglia dalla costa.


© Fulvio Bugani - www.fotoimage.it

Una volta lanciatosi in acqua per arpionare la preda, il cacciatore deve risalire sulla barca in movimento il più velocemente possibile per evitare di essere attaccato da squali attirati dal sangue, o dalla stessa preda che sta cacciando.


© Fulvio Bugani - www.fotoimage.it

All’alba partono per una nuova caccia. Due squali appena catturati giacciono a riva.


© Fulvio Bugani - www.fotoimage.it

Gli animali vengono smembrati dalla gente del villaggio seguendo criteri antichi. Tutto viene utilizzato. Due giorni dopo la cattura, non rimane che qualche chiazza di sangue sulla sabbia.

Le prede vengono suddivise tra i membri dell’equipaggio e le varie famiglie di Lamalera.


© Fulvio Bugani - www.fotoimage.it

I più piccoli partecipano incuriositi alla macellazione delle prede, giocando con i loro scarti e con i piccoli feti di squalo che vengono lasciati sulla sabbia. E’ così che si preparano a diventare dei pescatori adulti.


© Fulvio Bugani - www.fotoimage.it

Le cose stanno cambiando anche a Lamalera. "Che cambi l’uomo è giusto - dice Antonio, timoniere di una tena - ma che cambi il mare no. Ai tempi di mio padre, catturavamo 20 o anche 30 balene all’anno.

Adesso i re del mare fanno sempre più fatica ad arrivare alla nostra isola. Le grandi baleniere giapponesi chiudono loro la strada e sparano arpioni che esplodono."


   
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