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Palau: Il santuario degli squali

Febbraio 2011
Di Bruno Picozzi

L’esperienza pilota di Palau, arcipelago dell’Oceano pacifico: un parco protetto per quello che viene considerato il mostro dei mari mentre invece è un protagonista assoluto della conservazione dell’ecosistema marino. L’oasi è diventata anche una attrattiva per i turisti, grazie all’impegno di Dermot Keane. Palau è un piccolo arcipelago di 8 isole e centinaia tra scogli e isolotti sparsi nel bel mezzo dell’Oceano pacifico. Vegetazione rigogliosa, mare incontaminato e due primati. L’essere una delle più piccole e giovani nazioni al mondo ed essere in assoluto la prima ad aver trasformato le sue acque territoriali in un parco protetto dedicato al mostro degli oceani: lo squalo.

Dall’annuncio dell’iniziativa, nel settembre del 2009, si è passati con decisione ai fatti e oggi a Palau è assolutamente proibita qualsiasi attività di pesca commerciale che abbia come oggetto gli squali. È vero che c’è una sola barca a pattugliare 630mila chilometri quadrati di mare, un’estensione pari grossomodo a quella della Francia, ma c’è anche la volontà politica di trasformare questi animali in un tesoro nazionale.

Come la cascata Ngardmau, la più grande del Paese, che precipita per 30 metri da una scogliera viscida, formando una sottile cortina d’acqua a dir poco spettacolare. Secondo la leggenda, fu un’enorme anguilla con un solo occhio a cadere in un sonno profondo e trasformarsi in cascata. Essa si trova nella giungla dell’isola maggiore, Babeldaob, e per raggiungerla servono un repellente per gli insetti, scarpe comode e un bastone da passeggio che, come una terza gamba, aiuti a superare il muro di 375 gradini che taglia la foresta pluviale.

I turisti stranieri, una volta giunti fin su queste terre emerse dal nulla, fino a ieri si accontentavano di questa leggenda pittoresca e della ricchezza costituita dalle 1200 specie di piante che crescono allo stato naturale, in una cacofonia di versi di uccelli. I più esigenti cercavano incontri particolari con scimmie dagli occhi enormi e coccodrilli con la bocca spalancata in cerca di refrigerio, magari divertendosi a incrociare qualche specie innocua di serpente lungo le rotaie usate dai giapponesi durante il periodo coloniale, nei luoghi dove si cavava alluminio. Ma l’attrazione esercitata dagli squali è ben altra cosa e il governo ha buone speranze di incrementare il Pil nazionale grazie alla scelta conservazionista. E tutto grazie all’impegno di un cocciuto irlandese amante della natura, Dermot Keane, stabilitosi in zona nel 1995. «Quando sono arrivato qui, ci saranno state 50 o 60 imbarcazioni in mare - racconta Keane - Tutte avevano pinne di squalo appese al sartiame».

Pinocchio e Geppetto

Nel mese successivo lo stesso esempio è stato seguito dalle Maldive dove, sempre per ragioni turistiche, questi predatori da tempo sono ritenuti molto più utili da vivi che da morti. A dispetto della paura atavica che ci incutono. L’immaginario infantile li confonde con la spaventosa creatura nel cui stomaco si ritrovano Pinocchio e Geppetto. Selachimorpha è il loro nome scientifico, difficile da pronunciare e da ricordare. Per tutti comunque sono solo terribili mostri fatti di denti affilati come rasoi ed enormi mascelle capaci di ingoiare un uomo a metà. Documentari sensazionalisti e il cinema di Spielberg hanno contribuito a costruirgli intorno un mito da incubo.

Eppure da sempre la scienza racconta una storia ben differente. “Delle circa 500 specie note di squali, sono 27 quelle che di certo hanno attaccato persone o barche - afferma il sito amatoriale Shark Academy - una quarantina sono giudicate potenzialmente pericolose; le rimanenti sono innocue”. Anzi, la realtà è ancora più sconcertante. Quel che noi descriviamo come il più terribile cacciatore dei sette mari, incredibilmente, è soprattutto una preda. Un po’ per il gusto di orche e delfini, che contribuiscono a mantenerne il numero entro limiti accettabili dalla natura. Ma in particolar modo ad opera del loro peggior nemico naturale: l’uomo.

Secondo il rapporto “Il futuro degli squali, una storia di azione e inazione”, pubblicato giorni fa dalla rete di monitoraggio sui traffici di animali selvatici Traffic, circa 73 milioni di squali vengono pescati ogni anno. Un numero enorme, esattamente lo stesso stimato nel 2001. A firmare la denuncia sono Wwf, Iucn (Unione internazionale per la conservazione della natura) e il centro di ricerca Pew. Un lavoro profondo che dimostra tanto amore per la verità su questo animale la cui storia affonda nel Giurassico, con radici che risalgono fino a 400 milioni di anni fa, ma il cui futuro è ancora tutto da scrivere.

Sono passati ormai dieci anni da quando il Comitato pesca della Fao (Cofi) approvò un Piano internazionale per la conservazione e la gestione degli squali (Ipoa-Sharks), con l’obiettivo principale di “assicurare che la caccia agli squali sia un’attività sostenibile”. Ossia che nel futuro rimanga un numero di individui tale da non far temere il pericolo di estinzione. Secondo Jill Hepp, direttore del Programma globale di conservazione del Pew, «gli squali giocano un ruolo cruciale nell’ambiente oceanico. Dove le popolazioni di squali sono sane, la vita marina prospera. Dove invece vengono pescati in eccesso, gli ecosistemi perdono il loro equilibrio».

Il piano chiede a tutti i Paesi firmatari, circa un centinaio, di sviluppare un programma di azione quadriennale per ridurre il numero di squali uccisi e riferire circa i progressi. Purtroppo fino ad ora non sono stati fatti grossi passi avanti e quasi un terzo delle specie sono già minacciate di estinzione. Per natura gli squali crescono lentamente, tardano a maturare sessualmente e generano pochi piccoli, quindi non sono in grado di riprodursi con la stessa rapidità con la quale vengono sterminati. Il rapporto di Traffic mostra che venti Paesi da soli sono responsabili di circa l’80 per cento delle catture. Questo significa 640mila tonnellate di mostri terribili che finiscono nelle reti e poi in pentola, trasformati principalmente in zuppe nei ristoranti orientali o pseudo tali. In generale solo le pinne vengono utilizzate mentre le carcasse vengono scaricate in mare, a marcire. “Il futuro degli squali è fondamentalmente nelle mani di queste venti nazioni”, dice il rapporto. Tredici tra queste si sarebbero dotate di un piano nazionale di azione ma, sembra incredibile, solo il Giappone ha fatto passi concreti verso la sua attuazione. India e Indonesia, che non hanno nemmeno ratificato la Convenzione, da sole cacciano oltre un quinto del totale.

Pesca sostenibile

James Sha, direttore generale dell’Agenzia di pesca di Taiwan, ascrive al suo Paese regole precise sulla misurazione della quantità e qualità del pescato fin dal 2006, in linea con i dettami dello strumento internazionale. Uno speciale dipartimento si occupa di promuovere criteri di pesca responsabile e sarebbero addirittura allo studio leggi per bandire ogni forma di importazione da Paesi che non applicano la convenzione. Eppure lo Stato isola è responsabile del 5,8 per cento del prelievo totale. Anche peggio fa la Spagna che pure, in quanto membro dell’Unione europea, è firmataria di tutti gli strumenti internazionali in materia.

La riunione annuale del Cofi, tenutasi questa settimana presso la sede della Fao a Roma, ha visto un rinnovato consenso su criteri sostenibili di pesca. Ma secondo quanto dice il rapporto di Traffic, alle parole devono assolutamente seguire i fatti: “La comunità mondiale non può permettersi di aspettare un altro decennio, nella speranza che l’Ipoa-Shark dia i risultati che i membri della Fao già chiedevano al momento dell’accordo. Azioni ulteriori sono necessarie per garantire che l’elenco delle specie di squali minacciate dalla pesca eccessiva non continui a crescere”.

   
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