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Lo Squalo Bianco visto da vicino

Carcharodon Carcharias

Fonte: Airone N. 95 Marzo 1989

Pochi esseri al mondo sono temuti come il piu' perfetto tra gli squali, uno dei piu' efficienti organismi prodotti dalla natura, diventati improvvisamente famoso dopo la mortale aggressione a un sub nel mar Tirreno. Su di lui circolano infinite leggende, ma gli scienziati stanno cercando ben altre risposte. Ecco il mosaico che consente di conoscerlo meglio e di temerlo di meno.

Il terrore degli abissi.

Di Rossana Rossi

Giovedi' 2 Febbraio 1989: un giorno perfetto per uscire in mare. L'acqua e' limpida e tranquilla, il cielo sereno in questo inverno ostinatamente senza nuvole. Luciano Costanzo, della compagnia portuale di Piombino, sale sulla barca di undici metri che ha noleggiato, con il figlio diciannovenne Gianluca e un amico. Meta: il golfo di Baratti, a nord di Piombino (Livorno), per una immersione. Sono le 11 quando il subacqueo si tuffa nel tirreno, in un punto in cui il fondale e' profondo venti metri, e scompare sotto il pelo dell'acqua. All'improvviso, pochi minuti dopo, gianluca vede affiorare a una quindicina di metri dalla prua una sagoma scura, enorme: a occhio raggiunge i sei, forse sette metri di lunghezza.

E poi, ecco due pinne fendere rapidamente l'acqua: e' uno squalo gigantesco, terrificante. "Proprio in quel momento", racconta il ragazzo, "ho visto mio padre riemergere. Si trovava a pochi metri dallo squalo e ha cominciato a nuotare disperatamente verso di noi. Il pescecane gli ha girato due volte intorno, poi lo ha attaccato. Lui e' riuscito a scansarlo, non so come, una prima volta. Ma al secondo attacco, mentre gridava aiuto, lo abbiamo visto scomparire: lo squalo doveva averlo afferrato per le gambe e trascinato sott'acqua con se. Disperati, abbiamo avviato il motore, cercando di ritrovarlo li intorno. Ma tutto e' stato inutile.

Mio padre era scomparso". Incredibilmente, dopo la tragedia, sul mare scende il silenzio. Sgomenti, i due tornano in porto. Da principio, nessuno gli crede, ma il terrore che traspare dal loro racconto, dai loro volti fa pensare che quello che si credeva quasi impossibile e' accaduto: in Mediterraneo un uomo e' morto in seguito all'attacco di un animale raro nelle nostre acque, ma notissimo come interprete di uno dei piu' celebri film di Steven Spielberg, l'enorme squalo bianco, o Carcharodon Carcharias, uno dei piu' efficienti organismi mai prodotti dalla natura.

Personificazione di qualcosa di terrificante e affascinante, di repulsivo e invitante, il grande squalo bianco puo' essere riconosciuto basandosi anche su un singolo dente o un suo frammento: quel caratteristico, simmetrico e seghettato triangolo che si ritrova all'interno dei tessuti della vittima identifica immediatamente il colpevole. Grigio sul dorso e bianco sporco sul ventre, Carcharodon Carcharias e' tuttora un mistero per il mondo della scienza perche' e' stato finora impossibile studiarlo nel suo ambiente naturale. La maggior parte di cio' che sappiamo riguarda le sue abitudini alimentari.

"Quello che fa quando non e' alla ricerca di cibo", commentano Ron e Valerie Taylor, i due fotografi australiani che , dall'interno delle gabbie antisqualo, sono riusciti a ottenere i ritratti piu' terrificanti, "lo possiamo soltanto immaginare. Ma come 'macchina per mangiare' e' estremamente efficiente: quando attacca, modifica la forma stessa della testa aprendo smisuratamente la bocca, mentre l'estremita' del muso si incurva verso l'alto per meglio estroflettere i denti. E in quel momento il suo aspetto e' davvero spaventoso. Dopo il morso, la bocca riprende la sua posizione originale, ma intanto una vittima delle dimensioni di una balena si puo' trovare uno squarcio nel fianco largo piu' di un metro".

Due mesi senza mangiare

Ma la sua efficienza si rivela soprattutto in un'altra particolarita': il fare buon uso del cibo. Francis Carey, un fisiologo marino dell'istituto oceanografico di Woods Hole, nel Massachusets, ha calcolato il bilancio energetico di uno squalo bianco, cioe' la quantita' di energia che e' in grado di ricavare da cio' che mangia o, piu' semplicemente, i chilometri che puo' percorrere per ogni foca divorata. Sorprendentemente, i suoi risultati preliminari indicano che questo animale necessita di molto meno cibo di altri pesci piu' piccoli: una volta fatto il "pieno", puo' resistere anche due mesi senza mangiare.

Questo perche', a differenza della maggioranza degli squali, il grande squalo bianco, come anche il mako (Isurus oxyrhynchus) e lo smeriglio (Lamna nasus), e' un pesce a sangue caldo. Ha sviluppato cioe' un complesso sistema di vene e arterie strettamente connesse le une alle altre, chiamato "rete mirabile", che lo mette in condizione di mantenere la temperatura del sangue 5 gradi al di sopra di quella dell'acqua circostante. I vantaggi che ne derivano sono enormi, perche' la temperatura corporea elevata consente una velocita' di risposta muscolare e una potenza notevoli. E questo, per un pesce che deve dare la caccia a guizzanti delfini o foche a sangue ancora piu' caldo, puo' significare la differenza tra sopravvivenza ed estinzione. Un altro elemento utile e' l'analisi di cio' che lo squalo mangia.

"Io ricordo con particolare interesse", ricorda John McCosker, direttore dell'acquario Steinhart di San Francisco, "il taglio della pancia di un grande squalo morto nel film di Spielberg: dal suo ventre uscivano, fra l'altro, pezzi di barche, rotoli di fili di rame e una targa della Luisiana con la scritta Sportman's Paradise. Era una buona imitazione della realta', perche' effettivamente gli squali bianchi hanno una curiosa propensione per gli oggetti metallici. La loro abitudine quasi maniacale di attaccare le parti in metallo delle barche e' ben nota e io penso che possa essere spiegata in termini bioelettrici".

Dalle ampolle un "sesto senso".

Gli squali infatti hanno in comune con le razza, un altro genere di pesci cartilaginei, un antenato che risale al lontano Siluriano, 420 milioni di anni fa. Questo pesce primitivo deve aver avuto caratteristiche comuni a entrambi, compresi particolari organi sensori, disposti sul capo intorno al rostro, che sono chiamati ampolle di Lorenzini, dal nome del medico toscano che le descrisse nel Seicento. Ogni ampolla e' collegata a un foro sulla pelle attraverso un lungo canale pieno di sostanza gelatinosa ed e' innervata in modo da trasmettere al cervello la presenza di campi elettrici deboli (fino 0,001 microvolt per centimetro).

"Un campo debolissimo", spiega McCosker, "pari a quello che si atterrebbe distribuendo la corrente della batteria di una lampada tascabile su un filo di rame lungo 1.600 chilometri, oppure a quello prodotto da metalli non uguali immersi in acqua di mare, come nel caso delle barche. Ma pari anche a quello generato dall'attivita' muscolare di un pesce che sta nuotando o, a maggior ragione, di un subacqueo terrorizzato che si sta dibattendo". Ecco perche' lo squalo bianco sembra possedere un radar che funziona tanto meglio quanto piu' frenetici sono i tentativi di fuga.

Forse per lo stesso motivo, la Marina americana consiglia ai piloti ai quali succeda di cadere in mare di "colpire lo squalo con forza sul suo strategico naso": il problema, ovviamente, e' quello di riuscirci. Probabilmente abbiamo tanta paura degli squali perche' sappiamo cosi' poco di loro. Come la definizione di mammifero e' inadeguata a definire la eterogea tipologia che comprende sia l'uomo sia la giraffa, sia il topo sia l'elefante, cosi' il termine squalo si riferisce a circa 350 specie diffuse nei mari di tutto il mondo ancor piu' dissimili fra loro.

Un difficile enigma.

La nostra ignoranza riguardo agli squali non e' pero' da attribuire a mancanza di interesse. E' dovuta solo al fatto che e' impossibile tenerli sotto costante osservazione. "Gli squali sono un enigma difficile da decifrare", ammette Samuel Gruber, esperto di oceanografia biologica dell'Universita' di Miami. "La maggior parte delle specie non soppravvive a lungo in cattivita' e l'oceano e' un ambiente per cosi' dire 'opaco'. Per fare un esempio 'terrestre', sarebbe come sperare di studiare gli struzzi guardandoli attraverso la nebbia". Di conseguenza, quasi tutto quello che la maggior parte della gente crede di sapere sugli squali e' con ogni probabilita' vero solo a meta', se non completamente sbagliato.

Prima di tutto, lo squalo non e' un mostro come si crede comunemente, ma solo un pesce un po' speciale. E' dotato di branchie e pinne e vive sott'acqua, ma differisce dai pesci piu' evoluti soprattutto perche' manca di uno scheletro osseo. Il suo corpo e' costituita da una sacca di visceri e muscoli tenuti insieme da una pelle molto dura e coperta da migliaia di dentelli zigrinati. Lo rinforzano un cranio e una colonna vertebrale cartilaginei, ricoperti da uno strato superficiale simile a tessuto osseo frammentato in tanti prismi di fosfato di calcio. La parte piu' robusta dello scheletro sono i denti, che hanno la straordinaria caratteristica di venire sostituiti in continuazione per tutta la vita.

Distribuiti parallelamente su piu' file, si formano in una specie di gronda nella parte interna della cartilagine mascellare e si muovono progressivamente in avanti fino ad inserirsi, forando la mucosa, nella loro posizione funzionale. Con un morso tanto potente, e' molto facile che lo squalo ci rimetta qualche dente a ogni pasto, ma la natura, come abbiamo visto, ha trovato un sistema per risolvere il problema lascinado cosi' poche speranze alle vittime. A differenza della maggior parte dei pesci, inoltre, lo squalo non ha le branchie protette da un opercolo ne una vescica natatoria per regolare la spinta idrostatica, e le sue pinne sono spesse e rigide invece di sottili e flessibili. Eppure e' un campione di nuoto. Uno squalo tipo, come il carcarino, e' snello, con muso e pinne pettorali allungate, pinna caudale con il lobo superiore piu' lungo di quello inferiore, parte anteriore del corpo appiattita per ridurre la resistenza dell'acqua "in curva". Il suo modo di nuotare e' ondulatorio, sinuoso quasi come quello delle anguille.

I muscoli si contraggono secondo onde trasversali che si trasmettono fino alla coda, dove raggiungono il massimo dell'ampiezza. Al pari di un aereo, lo squalo "vola" sott'acqua usando le pinne pettorali come ali. Non possedendo vescica natatoria, per mantenere la posizione corretta di galleggiamento ha risolto il problema grazie sia a un fegato voluminoso e ricco d'olio sia a tessuti corporei meno densi degli altri pesci. In genere, la velocita' di crocera di uno squalo e' relativamente bassa: da uno a due metri al secondo (cioe' da 3,5 a 7 chilometri orari). Ma c'e' chi e' capace anche di eccezionali prestazioni: il mako, per esempio, puo' toccare i 32 chilometri orari. Nuotare troppo velocemente, pero', stanca presto gli squali: non sono fatti per mantenere a lungo alte velocita', che richiedono un dispendio energetico eccessivo, ma per lenti vagabondaggi che possono coprire distanze di migliaia di chilometri.

Il cervello e l'intelligenza.

All'altezza di un fisico tanto eccezionale, il cervello degli squali, un tempo ritenuto primitivo, e' piu' grande rispetto al peso corporeo di quello della maggior parte degli altri pesci, conferendo loro una certa capacita' di apprendimento: molti squali, per esempio, hanno imparato a riconoscere pannelli dipinti a strisce orizzontali da altre a strisce verticali e a destreggiarsi in un labirinto come i conigli da laboratorio (che non sono quel che si dice "brillanti", ma apprendono di piu' di un comune pesce). Non che la loro intelligenza sia particolarmente evidente dallo sguardo terrificante e inespressivo nella sua fissita' (forse perche' molto spesso sono privi di palpebre).

Eppure, l'occhio degli squali e' un organo profondamente simile a quello di molti altri vertebrati. Contrariamente a quanto molti credono, consente una eccellente visione: la retina contiene sia coni, che presiedono all'acutezza visiva e alla percezione del colore, sia bastoncelli, che migliorano per esempio la capacita' di vedere con scarsita' di luce e di distinguere un oggetto in movimento rispetto a uno sfondo indistinto. Lo dimostra il grande squalo bianco, l'unico a sporgere tutta la testa fuori dall'acqua per scrutare dalla superficie la sua preda ed afferrarla senza sbagliare il colpo. "Ma anche sott'acqua", racconta un pescatore australiano, "la caratteristica che colpisce di piu' chi ha visto gli squali bianchi in azione e' il loro spaventoso occhio nero.

E' grande come il palmo di una mano e ti si fissa nella mente perche' sembra guardarti con intenzione e ferocia, senza mai perderti di vista". L'efficienza degli squali si manifesta anche per un altro aspetto: contrariamente agli altri pesci, che depongono enormi quantita' di minuscole uova fecondate nell'acqua dallo sperma, hanno scelto una diversa strategia riproduttiva. Le uova vengono fecondate all'interno del corpo materno, dando poi origine a una prole meno numerosa ma meglio protetta, con un tasso di sopravvivenza piu' elevato. Dopo la fecondazione, pero', lo sviluppo della futura vita puo' seguire vie diverse.

Alcune specie, come il gattuccio, sono ovipare, cioe' depongono le uova fecondate sul fondale marino, dove l'embrione crescera' nutrito dal tuorlo. Altre, come il mako, lo squalo martello e lo squalo limone, sono vivipare, cioe' partoriscono piccoli completamente sviluppati. In particolare, lo squalo bianco genera fino a una decina di figli alla volta. "Alcuni pescatori", commenta McCosker, "sostengono che i neonati di squalo bianco sono lunghi alla nascita da 120 a 180 centimetri. Certo e' che la taglia piu' piccola che si conosca corrisponde a 16 chili di peso per una lunghezza di poco piu' di un metro.

Ma io sospetto che si trattasse di un esemplare insolitamente piccolo". Se questa ipotesi e' corretta, gli squali bianchi nascono con forme molto simili a quelle degli adulti e poco dopo la nascita devono essere gia' in grado di nutrirsi da soli. Naturalmente non sono ancora abbastanza grandi o agili per inseguire o azzannare leoni marini, foche, balene od otarie, e cosi' si nutrono soprattutto di pesci che vivono sul fondo. I piccoli di squalo bianco che McCosker ha avuto modo di esaminare in California contenevano nel loro stomaco soltanto resti di molve, sogliole, razze e altri squali. Ma non appena raggiunge l'eta' adulta, la "morte bianca" si fa molto piu' audace. Ecco la sua tecnica di caccia come l'ha costruita McCosker.

Immaginate le acque costiere al largo della California o dell'Australia meridionale, acque che gli squali prediligono perche' ricche di cibo. Una foca adulta nuota pacificamente sul dorso agitando le acque di superficie con il movimento delle sue pinne. Al posto della foca si puo' benissimo trovare un sub in fase di iperventilazione o un surfista che "pagaia" con le mani. Una decina di metri piu' sotto sta incrociando un pesce lungo cinque metri con lo sguardo fisso alla superficie. Il profilo scuro della foca, contornato da un alone di luce tremolante, attrae lo squalo. Si gira, e con un rapido colpo di coda punta verso la superficie.

Non appena arriva a un paio di metri dalla preda, icomincia ad alzare la mascella superiore: questo compromette leggermente la sua idrodinamicita', ma fa si che sia gia' pronto a mordere. Gli occhi ruotano nelle orbite all'indietro, verso la coda, e a questo punto lo squalo e' completamente cieco: non vede piu' la sua vittima, e tuttavia puo' localizzarla sulla base delle piccole scariche elettriche che riceve attraverso le ampolle di Lorenzini.

La foca e' colta di sorpresa, e difficilmente riesce a eludere quel pesce da una tonnellata che si sta avventando su di lei. Se invece di un pinnepede si tratta di un uomo, la sequenza degli avvenimenti sembra essere apparentemente diversa. I nuotatori che hanno avuto questa avventura raccontano per lo piu' di non aver visto il loro aggressore. Ricordano di essere stati tirati sott'acqua da un grande pesce dal muso conico per poi ritrovarsi inaspettatamente liberi da quella terribile morsa, riuscendo cosi' ad essere soccorsi. Questo farebbe pensare che la nostra specie abbia qualcosa di sgradevole per lo squalo bianco.

O che sia il sapore delle mute in neoprene a disgustarlo; ma se si considera che la sua dieta include praticamente di tutto, compresi rifiuti di qualsiasi genere, non sembra logico che una sola sostanza gli impedisca di continuare un pasto iniziato. McCosker ritiene invece che proprio in questo consiste la tecnica dello squalo bianco: attacca di sorpresa e assesta uno o due morsi micidiali. Poi l'attesa che la vittima si dissangui: solo quando si accorge che non si muove piu', si sente tranquillo e la divora. Altrimenti preferisce allontanarsi.

Ma quanto dobbiamo temere che si verifichi un attacco di questo tipo ? In realta', pochissimo. Il mare medesimo, come semplice elemento e' molto piu' pericoloso di uno squalo. Nelle stesse acque australiane, che abbondano di squali, dal 1901 (anno in cui si comincio' a raccogliere segnalazioni precise) a oggi, si sono verificati solo 250 attacchi con poco piu' di un centinaio di casi mortali. Negli Stati Uniti ogni anno si registrano meno di dodici attacchi e soltanto uno o due sono mortali.

Nel Mediterraneo, secondo le statistiche dell'International Shrark Attak File, negli ultimi 100 anni si sono avuti venti attacchi, di cui quattordici mortali: sette in acque italiane, una presso Montecarlo, tre in Jugoslavia, tre nei mari della Grecia, quattro lungo le coste africane, uno a Malta e uno in una localita' non precisata. Certo nessuno si sentira' molto rassicurato da questi dati statistici: il terrore di essere divorati e' troppo forte per essere vinto dalla ragione. Che cosa si puo' fare, allora, di concreto ?

Anche se qualcuno ha commentato che l'unico modo di salvarsi dall'aggressione di uno squalo e' quello di stare a debita distanza dal mare , e' sicuramente possibile prendere alcune precauzioni.

Una buona serie di istruzioni, secondo gli esperti, in testa alla quale e' sicuramente la raccomandazione di non lasciarsi prendere dal panico. In effetti, l'elemento piu' critico a proposito degli squali, e cioe' la loro cosiddetta imprevedibilita' , e' in gran parte conseguenza della nostra incapacita' di interpretare le loro intenzioni.

Ma questo vale anche per il nostro avversario. Se si capovolgesse la situazione, e fossero gli squali a cercare di capire il comportamento dell'uomo, ci considererebbero probabilmente essere assolutamente incomprensibili: un giorno, ecco il grande Jacques-Yves Cousteau che vi osserva da dietro una macchina da presa e vi offre un ricco pasto a base di sgombri; la prossima volta, qualche bel tipo vi aggancia con un amo in bocca e vi da una mazzata sulla testa.

   
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