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Notizie zoologiche sul Carcharodon Carcharias di Augusta del 1909

Dal bollettino della societa' zoologica italiana -1909 vol.X

Fonte: Squali del mediterraneo ed. Atlantis 1989 di Fabio Fino e Antonio Giudici
Testo integrale rinvenuto da Fabio Fino e dal Dott. Luca Marini nel museo Garzirri (Messina)

Sotto il titolo di Macabra pesca, i giornali cittadini del 28 gennaio 1909 annunziavano che due giorni prima sette pescatori catanesi, imbarcati in un battello peschereccio, si dirigevano verso Augusta, quando in prossimita' del Capo S.Croce, col grosso amo d'una nassa da gamberi, veniva catturato un delfino di mezzo quintale circa. A brevissima distanza forti sbuffi di acqua si sollevavano impetuosamente a grande altezza e veniva a galla un enorme mostro marino, che, con i suoi movimenti metteva in serio pericolo l'imbarcazione. S'impegno' subito una lotta impari fra i due abitatori del mare, nella quale com'e' facile prevedere, tocco' la peggio al delfino, che al primo assalto, ebbe la coda recisa di netto,e , al secondo, fu inghiottito.

I marinai, rimessisi alquanto dal primo sgomento, si diedero all caccia del vincitore e colle fiocine riuscirono ad ucciderlo. Tosto fu rimorchiato nel porto di Catania, e trascinato alla deriva in prossimita' del gazometro. La mattina, in cui appresi della notizia, impedito da doveri scolastici, non mi fu possibile recarmi sul luogo del riconoscimento della specie; nel pomeriggio poi, con grande rincrescimento, venni a sapere che l'animale era gia' stato distrutto alla "sardigna municipale".

Da un accurata inchiesta, da me fatta, raccogliendo notizie attendibilissime, favoritemi da colleghi medici, che presenziarono il reperto del contenuto gastrico e da intelligenti marinai e pescatori, risultava trattarsi d'uno squalo avente i seguenti caratteri: corpo fusiforme, alquanto piu' grosso anteriormente, della lunghezza di 4,50 m. e del peso approssimativo di 800 kg; testa robusta,conica, lunga un metro, con muso piuttosto corto ed ottuso all'apice, occhi piccoli relativamente alla mole del corpo, cinque paia di fessure branchiali, pinna caudale a mezzaluna ed eterocerca; pelle finemente zigrinata; colore del dorso grigio-nero-verdastro, ardesiaco, dal ventre biancastro. Per cortesia degli egregi colleghi dott. Salvatore Privitera,Ufficiale Sanitario Capo, e Dott. Salvatore Tiralongo, Ispettore Sanitario Municipale, ebbi la fortuna di osservare lo scheletro della testa, risparmiato all'opera di distruzione nella "sardigna".

La lunghezza totale di esso e' di cm.80, misura questa che accresciuta di quel tanto da attribuirsi alle parti molli, corrsponde a circa il quinto della lunghezza complessiva dell'animale (m.4,50). Le mascelle ampie, fortemente arcuate a ferro di cavallo, robustissime, sono congiunte sulla linea mediana per mezzo di robusto ligamento fibroso; e mentre l'inferiore misura cm. 61 di ampiezza massime e cm.38 di lunghezza(presa questa sulla perpendicolare condotta dalla sinfisi del mento alla retta che congiunge le estremita' posteriori della mandibola), la superiore e' un poco meno ampia e piu' lunga, misurando rispettivamente cm.57 per cm.40.

Lo squarcio trasversale della bocca e' di cm.45. Ambo le mascelle sono provvedute d'un doppio ordine di denti bianchissimi, grandi, larghi, triangolari, diritti, terminati a punta, pianeggianti nella faccia esterna, convessi in quella interna, a margini taglienti e finemente seghettati con dentellini piccolissimi, larghi appena un mm. e poco piu' profondi.

Tale dentellatura manca in corrispondenza dell'apice del dente, il quale quindi si presenta liscio anche ai lati. Le due file dei denti sono impiantate con simmetria ai lati di ogni mascella, ed essi, gradatamente, diminuiscono di volume dall'avanti all'indietro, conservando pero' la forma tipica sopra descritta. Nella mascella superiore i denti della prima fila sono 24 (12 per lato), quelli della seconda fila 22 (11 per lato); i primi sono rivolti all'esterno, i secondi all'interno, gli uni e gli altri leggermente in basso. Il dente piu' grande e' il primo che e' lungo 4 cm. ed altrettanto largo alla base, ove viene quasi in contatto col corrispondente del lato opposto; il piu' piccolo e' l'ultimo , che misura appena 4 mm. di altezza.

Nella prima fila mancano a sinistra il secondo ed il terzo dente, dei quali pero' si osserva l'impronta della recente caduta; a destra il terzo e' rotto, ma misurato in corrispondenza della base, ben conservata, lascia vedere che esso e' meno grande del secondo e del quarto dello stesso lato; non esiste dente mediano. Nel mascellare inferiore i denti della prima fila guardano esternamente, quelli della seconda fila all'interno, gli uni e gli altri volgono al punta alquanto in basso. E' incompleta la seconda fila di denti, dei quali ne esistono 5 a destra e due a sinistra; i mancanti sono quelli posteriori, e quindi i piu' piccoli.

Dei denti della prima fila il piu' grande e' il secondo, che e' lungo 3.5 cm. e largo cm.3; il primo e' appena piu' piccolo, e dista dal corrispondente del lato opposto 4.5 cm. Non esiste al pari che nel mascellare superiore, alcun dente mediano.Il numero delle fessure branchiali (5 paia), riscontrate nello squalo in discorso, ci dispensa dal dubitare che esso possa riferirsi al genere Hexanchus, che ne ha 6 paia, o al genere Heptanchus con 7 paia; ne' abbiamo alcun sospetto possa trattarsi del Prionace glauca o del Carcharinus lamia, non tanto per la minor mole del proprio corpo, quanto per la conformazione della testa, che in essi e' terminata da un lungo muso, e provvista di denti, i quali invero non hanno altro di somiglianza con quelli della nostra specie che la dentellatura ai margini, mentre poi sono diversissimi per la conformazione generale, e per giunta esiste un dente mediano impari, almeno nella mascella inferiore.

Non e' nemmeno il caso di pensare al Cetorhinus maximus adulto, lungo dai 6 ai 13 m., con la testa proporzionalmente piccola, conica, e denti piccoli, numerosi, conici, uncinati, lisci, ricurvi indietro; e neanche alla medesima specie allo stato giovanile, ancora piu' diversa per il lungo rostro prismatico o piramidale, onde e' provveduta la testa.

Indubbiamente l'individuo, di cui ci occupiamo, deve appartenere ad una delle seguenti specie: Lamna cornubica, Lamna oxyrhinchus, Carcharodon carcharias, delle quali taluna e' frequente, altra alquanto rara o accidentale, non soltanto nei nostri mari siciliani, ma anche in tutto il Mediterraneo e l'Adriatico.

Le tre superiori specie, quantunque per mole e per colorazione e, direi pure, per l'aspetto generale, abbiano caratteri di una certa rassomiglianza fra loro, pur nondimeno qualunque dilettante di ittiologia, col ricordo dei caratteri inerenti alla speciale conformazione del capo, della bocca, dei denti, delle fessure branchiali e delle pinne, fa una facile ed immediata distinzione. Io non vidi l'animale, soltanto, mediante accurata inchiesta riuscii a raccogliere taluni caratteri zoologici, che ho ragione di ritenere esatti o quanto meno attendibili; e questi unitamente a quelli della dentatura, da me personalmente studiati, sono sufficienti per avviare ad una diagnosi certa.

Per brevita' e migliore intelligenza del lettore, riassumo in uno specchietto i caratteri zoologici delle tre superiori specie, secondo le indicazioni di Doderlein (Doderlein P. - Manuale ittiologico del Mediterraneo, fascicolo I Palermo 1881 - pag. 60-68), da Bonaparte (Bonaparte C.L. - Iconografia della Fauna Italiana per le quattro classi degli Animali Vertebrati vol.III,Pesci,Roma,1832-1841) e da altri autori; coll'intesa pero' che trascrivo soltanto una parte di essi, quelli cioe' che si riferiscono ai sopra elencati, da me raccolti, tacendo delle branchie, delle quali non posso dire altro, che esse erano in numero di 5 paia.

Lamna Cornubica Lamna Oxirhinchus Carcharodon Carcharias
Corpo Fusiforme, arrotondato, turgido nel mezzo Fusiforme, arrotondato,alquanto più rigonfio dietro le pettorali Grosso, fusiforme, piu' turgido anteriormente
Testa Subconica, appianata sulla fronte, con muso piramidale, acuto, ad apice arrotondato e leggermente rivolto all'insu' Piramidale, quadrangolare,allungata, con muso molto lungo piramidale, rettilineo, appuntito all'apice Grossa, conica, un poco appianata superiormente, con muso breve, ottuso, piramidale, diritto
Occhi Rotondi Grandi e ovali Proporzionatamente piccoli
Denti Lunghi, stretti, triangolari, acutissimi, appianati anteriormente, convessi posteriormente, a margini taglienti, lisci; provvisti negli adulti di uno o due piccoli rialzi conici alla base e di uno solo nei giovani; eguali in ambo le mascelle Generalmente lunghi, lanceolati, lisci, taglienti; privi di rialzi basali e di dentelli laterali varianti di forma nelle due mascelle e secondo la posizione Grandi, larghi, appiattiti, triangolari, diritti, taglienti, coi margini profondamente seghettati, della lunghezza talvolta di 3-4 cm.; decrescenti in dimensione dall'avanti all'indietro simili in ambo le maschelle; nessun dente mediano
Pinna caudale Semilunare, col segmento superiore due volte più lungo dell'inferiore Semilunare, con lobo superiore alquanto più lungo dell'inferiore Semilunare con lobo superiore un quarto più lungo dell'inferiore
Pelle Finemente zigrinata Finemente zigrinata Finissimamente zigrinata
Colore del corpo Superiormente ardesiaco-cupo, inferiormente bianco Grigio ardesiaco-cupo superiormente, biancastro inferiormente Ardesiaco superiormente, biancastro inferiormente
Lunghezza 3-4 fino a 6 m 2-4 m 4-7 fino 12 m

Se noi conforntiamo i caratteri zoologici dello Squalo pescato nelle acque di Augusta, con quelli delle tre specie sopra elencate, pur non tenendo conto di quelli che riguardano la lunghezza, il colore del corpo, il grado di zigrinatura della pelle e la conformazione generale delle pinna caudale, che su per giu' poco differiscono da l'una all'altra specie, e nell'esemplare in studio, per quanto riguarda i rapporti di lunghezza fra i due lobi della caudale, non abbiamo potuto precisare, acquistiamo la certezza che il nostro esemplare e' un individuo adulto di Carcharodon carcharias.

Siamo autorizzati a fare tale diagnosi dai caratteri che riguardano la forma e la dimensione del corpo, della testa, degli occhi e dei denti specialmente. E difatti il corpo e' grosso e piu' turgido anteriormente; la testa voluminosa, conica, un poco depressa sulla fronte, con muso corto, ottuso e dritto; gli occhi piccoli relativamente alla mole del corpo; i denti poi hanno tutte quante le caratteristiche di quelli del Carcharodon per grandezza, forma, disposizione ecc. A conferma della diagnosi, mostrai a marinai, pescatori e colleghi in medicina, che avevano visto il grosso pesce, le tavole cromolitografiche degli squali, comprese nella classica opera di Bonaparte; ed eglino, senza esitanza alcuna, furono tutti concordi nell'indicarmi la figura del Carcharodon carcharias.

IL Carcharodon carcharias e' tra gli squali nostrani una delle specie meno frequenti. Secondo Doderlein oltre che raro nelle coste del Portogallo, lo e' pure nell'Adriatico (Venezia e Trieste), non pero' nella Dalmazia, ove, secondo Perugia ne furono catturati otto individui dal 1877 al 1879. Anche raramente si rinviene nel mediterraneo(Nizza, Marsiglia,Sicilia), meno a Cette, dove invece da Moreau e' ritenuto piuttosto frequente. In talune localita' delle coste sicule, come a Messina, sarebbe accidentale, e cio' in contraddizione con quanto asseri' Tuttolomondo (Tuttolomondo A. - Fauna ittiologica del compartimento marittimo di Catania).

E' possibile, come pensa Doderlein, che alcuni di quei grossi Pescicani, che Massa e Moggitori danno presenti nelle acque di Sicilia, insidiando i pescatori nelle loro battaglie, si riferiscano ad individui di Carcharodon, ma da cio' all'esser questa specie frequente mi pare che ci corra. Infatti Doderlein stesso afferma che deal 1862 al 1881, anno in cui fu pubblicato il suo 'Manuale ittiologico del Mediterraneo', il Carcharodon Carcharias non "venne colto in nessuno dei circondari marittimi settentrionali dell'isola"; e riferirsi due sole osservazioni non sue, riguardanti l'una la cattura nel golfo di Catania di un individuo di 10 piedi di lunghezza, descritto brevemente, ma con chiarezza, sotto nome di Squalus carcharias, dal prof. Carlo Gemmellaro (GEMMELLARO C. - Saggio d'Ittiologia del Golfo di Catania;in "Atti dell'Accademia Gioenia di Scienze Naturali di Catania", serie II,vol. XIX, anno 1864, pag. 120), e l'altra l'avvertimento nel canale di Messina di un grosso individuo, che tento' di aggredire una barchetta di pescatori.

Marinai e pescatori, vecchi ed esperti, da me accuratamente interrogati, mi assicurano che nel golfo di Catania "u tunnu palamitu di funnu", come essi chiamano il Carcharodon Carcharias, e' stato pescato un'altra volta circa undici anni addietro. Possiamo pero' ritenere, non per la specie in discorso, in genere per gli Squali di grossa mole, chiamati volgarmente col nome di Piscicani, essere piu' rari nel golfo di Catania, anziche' nelle acque di Messina, ove, d'estate, costituiscono serio pericolo per i bagnanti, soprattutto nella localita' di Timpazzi.

Sono pochi i Musei Zoologici Italiani ,che posseggono un gigantesco Squalo: in quello di Padova figura un esemplare di m. 4.90, e in quello di Genova un altro, piccolo, di m. 2.23; a Palermo esiste soltanto una mascella, ceduta in cambio dal direttore del Museo dei Vertebrati di Firenze, prof. Giglioli. In una delle grandi sale superiori del Museo Zoologico di Roma trovasi sospeso un bell'esemplare della lunghezza di m. 6, catturato a Porto S. Giorgio (Marche). Altro esemplare forse un poco piu' grande del precedente, e' quello avuto dal prof. Carruccio, e che si conserva nel Museo Zoologico di Modena.

Esso fu catturato nel golfo di Genova, e ancor fresco spedito a Modena, ove venne studiato dal direttore di allora , chiarissimo prof. Antonio Carruccio, che, oltre la preparazione tassidermica, fece eseguire vari preparati anatomici.Lo stomaco, in cui fu rinvenuto un vero bazar sui generis (cani, gatti, molluschi, un paio di vecchi pantaloni da marinaio, un paio di stivali pure vecchi, pezzi di canovaccio, ecc.), ripulito accuratamente e preparato, era cosi' ampio, da potere ospitare, con comodita', un individuo adulto; come, scherzosamente, volle provare il compianto prof. Bergonzini, a quell'epoca I° Assistente alla Cattedra, il quale, introdottosi di nascosto, salto' fuori di botto, destando la sorpresa e l'ilarita' dei compagni di studio, che lo salutarono novello Giona.

Cio' avveniva verso il 1879-1880, come mi assicura il mio caro ed antico direttore dell'Istituto Zoologico di Roma. Leggendo l'interessante monografia del prof. G.G.Gemmellaro (GEMMELLARO G. G. - Ricerche sui pesci fossili della Sicilia; in "Atti dell'Accademia Gioenia di Scienze Naturali di Catania", serie II,vol. XIII, anno 1857, pag. 299-310) ,si apprende che il genere Carcharodon, adesso divenuto raro nei nostri mari, nell'epoca miocenica e pliocenica doveva essere comunissimo e di mole 4-5 volte maggiore della' attuale; e rappresentato da diverse specie, piu' o meno affini, ma non identiche al C. carcharias.

Cio' vien dimostrato dal rinvenimento nei depositi marini di quelle epoche, in parecchie localita' siciliane, d'una notevole quantita' di grossi denti triangolari a margini seghettati lunghi fino a 10 e 12 cm. In generale i Pescicani sono esseri robusti, arditi, rapaci e voraci nel vero senso della parola: "afflitti da una fame che nulla mai satolla", rigettano "gli alimenti, che inghiottono, digeriti a meta', per cui sono costretti a riempire lo stomaco di continuo vuoto. Divorano quanto e' divorabile, e si sono trovati in essi gli oggetti piu' diversi", stracci, scarpe, pezzi di legno, caffettiere di stagno, che a dire di Bennet, vengono facilmente attaccate e sciolte dal succo gastrico.

Gessner, a Marsiglia, vi trovo' un uomo armato di tutto punto. La fortuna, toccata al profeta Giona di rivedere le stelle dopo tre giorni di pacifica dimora nell'ampio stomaco, e quella pur essa mirabolante del marinaio che, ingoiato da un Pescecane, venne vomitato vivo, in seguito all'uccisione di questo per mezzo di un colpo di cannone, disgraziatamente e' cosa che non si ripete piu'! Purtroppo chi entra vivo nelle ampie fauci d'un grosso Squalo, vi trova sempre la tomba, come generalmente accade a quei poveri infelici, che nel Mediterraneo precipitano da bordo.

E l'insaziabile voracita' di tali pesci non si manifesta tanto pei vivi, ma anche pei morti; difatti quando "la febbre gialla fa strage a bordo, ed un cadavere dopo l'altro dev'essere buttato in mare, il loro aspetto e' ben fatto per infondere lo spavento ai piu' coraggiosi. Durante la battaglia navale di Abukir si vedevano i pescicani circolare in mezzo ai vascelli delle due flotte, ed aspettare i soldati, che cadevano dal bordo". Il C. carcharias, senza dubbio ,e' fra gli Squali una delle specie piu' voraci. "La maggior parte delle carneficine" dice Bonaparte (Brehm A. E. - La vita degli animali, vol. V. Napoli, 1872, pag. 845-863), " che si raccontano operate da grandi pesci lungo la spiaggia del Mediterraneo, si deggiono ripetere dalla voracita' di costui.

La sua bocca certamente, la sua gola, i suoi denti sono oltremodo opportuni a lacerare qualunque corpo assai duro, ad inghiottire un uomo sano intero: di che non mancano lagrimevoli esempi, tra i quali si narra che gli estraessero dallo stomaco talun corpo umano con tutte le vestimenta, come lo aveva trangugiato ". Una simile macabra scoperta pur troppo ce l'offri' lo Squalo, pescato nelle acque di Augusta, nel cui tubo digerente furono rinvenuti, in mezzo ad altro materiale, avanzi di parecchi cadaveri umani, illustrati, dal punto di vista della medicina forense, dal chiarissimo prof. Gian Giacomo Perrando.

Osservazioni medico-legali sui resti umani scoperti nel tubo digerente del "Carcharodon"

L'accurata relazione zoologica dell'egregio collega Condorelli sulla interessante cattura del Carcharodon carcharias nelle acque di Augusta ,acquista particolare interesse anche dal punto di vista medico-forense. Perrocche' la diligente identificazione di simile voracissima specie, fatta nella luttuosa circostanza dell'immane ecatombe Calabro-sicula del 28 dicembre u.s., ci riconduce col pensiero alle insormontabili difficolta' in cui oggi si trovano lo stato civile ed i rapporti di diritto privato delle citta' cosi' miseramente distrutte in pochi secondi.

Alla pietosa ricerca dei resti mortali di tante povere vitime, alla affannosa speranza di ristrovare tanti cari congiunti, alla nobile ansia di veder risorgere a nuovi vincoli sociali quelle terre desolate, al dolore muto che paralizza, al sentimento dei piu' cari affetti che oggi ancora soffoca ogni altra iniziativa, subentreranno, con la nuova vita, fra le tristi rimembranze, le pratiche necessita' di ricostruzione dello stato civile e dei rapporti economici dei successori.

La vita sociale che deve risorgere dai secolari robustissimi tronchi abbattuti, anche economicamente, germogliera' dalle povere radici, disperse, ancor vive e feconde. Si potra' discutere se queste disgraziate persone siano state inghiottite, cosi' come io penso, durante il terribile maremoto, oppure siano state inghiottite dopo morte sia perche' annegate, sia perche' buttate in mare nella tremenda confusione della catastrofe.

Si potra' discutere ancora se sono state inghiottite dal Carcharodon durante o subito dopo la loro morte, oppure dopo breve tempo; ma e' certo pero' che quei corpi rimasero nel tubo digerente del pesce pressoche' per tutto il tempo che intercorse fra la loro tragica morte ed il momento del rinvenimento dei loro resti disgraziati. Tutto cio', del resto, meglio risultera' dai caratteri descrittivi di cui passiamo a far cenno sommario.

Appena sventrato il Carcharodon i resti umani vennero pietosamente raccolti in due casse mortuarie e trasportati alla camera mortuaria del cimitero di Catania, ove ebbi l'opportunita' di poterli esaminare poco prima che venissero esaminati. Come si puo' vedere dall'annessa zincotipia, tratta da una fotografia eseguita alla meglio in ambiente chiuso con giornata piovosa, quell'informe carname umano giaceva sopra un carro mortuario municipale. E' da notarsi anzitutto che furono rinvenuti nel ventre del pesce e commiste alle carni umane, anche dei resti di animali che ne furono separati durante una prima cernita.

Tuttavia sul carro di carname umano che si apprestava all'inumazione trovammo ancora qualche altro resto residuo animalesco e precisamente alcune ossa lunghe ed un cranio di cane adulto, parecchie vertebre dorsali di un grosso mammifero quale potrebbe essere un bovino. Queste ossa erano completamente denudate di parti molli e corrose dai succhi digestivi, cosicche' non credo che potessero appartenere alla stessa epoca dei resti umani e, cioe', credo che dovessero appartenere a preda anteriormente fatta dal Carcharodon. Il materiale umano, come si vede dalla figura, consisteva principalmente in pezzi di arti e di un tronco ancora rivestiti dalle loro parti molli, per quanto orribilmente sfragellati, sbrandellati, e cincischiati in modo indescrivibile. Questo carname era nel complesso di reazione debolmente acida, inodoro, molliccio, quasi gelatinoide, viscido, scorrevole, di colorito roseo-cinereo, senza alcun indizio di processo putrefattivo.

La mollezza e la viscidita' dei tessuti era la nota caratteristica predominante, tantoche' la cute, i muscoli, le interiora, e tutti gli organi, perduta ogni loro consistenza, si accavallavano gli uni sugli altri cosi' come un ammasso di budella. Altra caratteristica era lo sbrandellamento cutaneo tanto che larghi tratti di arti presentavano le masse muscolari completamente decorticate. Contuttocio' i singoli tessuti erano tuttavia riconoscibili nella loro struttura.

Le Ossa erano in gran parte stritolate, specialmente quelle di una testa di uomo adulto che era convertita in un sacchetto informe di frantumi ossei. Le ossa lunghe, anche se denudate delle parti molli, erano ancora intaccate dai succhi digestivi, altre ossa invece piu' tenere e specialmente quelle piatte di un teschietto disfatto di bambino, erano alquanto corrose dai succhi digestivi e talune convertite in lamine pieghevoli fibrose per l'avanzata decalcificazione.

I Muscoli erano di un roseo-pallido tendente al cinereo, d'aspetto uniforme, mollicci, come lungamente macerati nell'acqua. Per quanto molli ed imbibiti, erano pero' assottigliati nel volume dei loro ventri carnosi, cosi' come nella struttura delle loro fibre. La cute sbrandellata era ben riconoscibile nei suoi caratteri, per quanto in gran parte mancante degli strati cornei. La superficie del derma era pero' bianchissima, tumida per imbibizione, viscida e slavata, cosi' come avviene per protratta macerazione. Gli sbocchi delle glandole ed i bulbi piliferi spiccavano notevolmente come punticini salienti. I peli erano caduti o cadenti con tutta facilita', ma, come le unghie, le produzioni cornee erano ben riconoscibili. Il grasso ed i connettivi erano ben conservati per quanto scoloriti e viscidi.

I Vasi erano vuoti di sangue. Le matasse sbrandellate, che furono trovate annesse allo stomaco sbrandellato di un uomo, erano di aspetto quasi normale, fatta eccezione del solito scoloramento esangue. Si noti che gli intestini erano ancora integri e contenevano ancora masse fecali consistenti brunastre, cosi' come integro trovammo lo stomaco contenente scarsa quantita' di un materiale poltaceo biancastro. Il Fegato, che era annesso al tronco suddetto, era invece di colorito rosso-bruno intenso, quasi nerastro e specialmente interessante e' il fatto di averlo ancora trovato intatto nelle sue forme ed abbastanza ben conservato. Il suo volume era pero' alquanto ridotto.

Non era sede di alcuna alterazione anatomo-patologica e la sua ottima conservazione faceva anche contrasto col rammollimento di molti altri tessuti piu' resistenti e faceva meraviglia data l'epoca del decesso. Il cuore ed i grossi vasi, annessi a questo tronco, erano pure ben conservati, per quanto scoloriti. Il miocardio pero' era molto flaccido, friabile e simile ai muscoli in quanto rigurda i caratteri delle sue carni. Le cavita' cardiache erano completamente vuote di sangue. La milza era flaccidissima, molle, spappolabile, scolorita e di volume ridotto.

Altrettanti caratteri si trovano in un unico rene rinvenuto isolatamente in mezzo al carname descritto. Dato il numero sterminato delle vittime ignorate del terremoto, forse, nessuno sapra' mai con certezza a quali persone abbiano appartenuto i resti mortali da noi esaminati, perrocche' mille e mille altre vittime sconosciute potrebbero presentare caratteri anatomici di eta', di sesso, di condizione sociale, ecc., uguali a quelli che si possono desumere dalle nostre constatazioni necroscopiche. Per questo, ripeto, si rendeva superfluo ogni tentativo di identificazione personale, gia' per se' stessa difficile a rilevarsi date le alterazioni e specialmente lo strazio comminutivo di queste misere carni.

Diremo quindi sommariamente che queste membra dilaniate appartennero almeno a tre distinte persone. Basta dare un'occhiata alla annessa figura per riscontrare a destra due arti inferiori stritolati di adulto, i cui piedi, disposti in basso, si mostrano tuttavia calzati di robuste e grossolane scarpe. A sinistra e' pure visibile, nella fotografia, un altro arto inferiore di adulto, non calzato, cui stava vicino l'altro arto corrispondente sminuzzato appartenente, di certo alla stessa persona. Al centro era disposto un tronco d'adulto colla testa sminuzzata, irriconoscibile in alto e le interiora scorrenti in basso. Molto in alto ed al centro si riconosce un pezzo di colonna vertebrale dorsale con annesse arcate costali appartenenti certamente ad un bambino.

Non riferiremo in dettaglio i rilievi fatti per stabilire i caratteri d'eta', di sesso, e di condizione sociale delle persone cui si riferiscono questi principali pezzi anatomici, non potendo avere alcuna importanza ne' pratica, ne' scientifica per le ragioni gia' dette. Diremo soltanto che da questi rilievi e' risultato che il bambino, cui apparteneva l' accennato pezzo di gabbia toracica, e di cui si trovarono ancora un corrispondente omero, due ulne ed una tibia con parti molli sbrandellate , nonche' qualche osso piatto del cranio, fra cui un osso occipitale decalorificato visibile nella figura in alto ed a sinistra come una macchietta biancheggiante, risulto' della eta' di circa cinque o sei anni.

Ci risulto' poi che gli arti addominali, ancora calzati posti a destra della nostra figura, appartennero allo stesso individuo cui appartenne il tronco con annessi visceri addominali che si vedono nella parte infero-mediana del carro. Cio' si desume da raffronti fatti sulle dimensioni del corpo e specialmente pei caratteri della cute e dei peli. Quest'individuo era dell'eta' di circa cinquant'anni e di sesso maschile. Cio' risulta non tanto dai caratteri delle ossa e dei denti, quanto dai residui di barba che ancora si vedevano sulle guancie della testa stritolata; il cui cuoio capelluto e' ancora rivestito di capelli forti, castagni scuri, ormai brizzolati e tagliati corti alla lunghezza di circa 3 cm. E' probabile che la condizione sociale di quest'uomo non fosse certo elevata, perocche' le grossolane scarpe di cui e' calzato portavano chiodi e rattoppi, cosi' come portavano rattoppi misere e grossolane calza corte di maglia di cotone che si trovarono sotto le scarpe.

Un particolare relativo alle scarpe, che merita altro rilievo, e' quello relativo al loro colore. Il cuoio di cui erano formate risultava di colorito naturale, come conciato di recente, senza lucidatura o tinzione. E' da credere che l'azione macerativa e digestiva del Carcharodon abbia indotto quest'aspetto specie nella suola delle scarpe che, peraltro, in origine poteva essere tinta con lucido nero od altro che poi si e' disperso. I chiodi delle scarpe erano splendenti, come limati di fresco, e cio' sempre in dipendenza dell'azione dei succhi digestivi. Gli arti addominali, di cui uno figura a sinistra della nostra fotografia appartennero, verosimilmente, ad una donna per i caratteri della cute, sia per quelli di un pezzo di osso iliaco, sia infine per un lembo di veste che ancora copre il fianco e l'arto, veste costituita da una falda di lana, rattoppata, di sottile tela di cotone di colore bleu o a disegni.

Non e' lecito stabilire l'eta' di questa donna che dovea essere di media statura e certamente adulta. Sono quindi nel numero minimo di tre persone quelle cui appartennero i pezzi anatomici estratti dal Carcharias da noi segnalato. Dico in numero minimo di tre, perche' i frammenti ossei di carne umana dilaniata erano cosi' cospicui da non potersi escludere che qualche altro brandello potesse appartenere a qualche altra persona. Questa molteplicita' di cadaveri umani trovati nello stomaco del mastodontico pesce e' altro indizio che le straziate vittime sono riferibili alla tremenda ecatombe Calabro-sicula del 28 Dicembre u.s.; essendo inverosimile datare ad altra circostanza favorevole al macabro pasto da noi descritto al di fuori della coincidenza della cattura del Carcharodon nelle acque di Augusta appena un mese dopo del terremoto e maremoto verificatosi nelle spiaggie siciliane.

Ho detto non essere facile il decidere se queste altre vittime umane, cosi' stranamente inumate nel corpo di un pesce, siano state inghiottite viventi o dopo la morte riscontrata per annegamento od in altra maniera. Pensando pero' che questi disgraziati dovevano essere vestiti dei loro indumenti (gonna di donna,piedi calzati di uomo) allorche' vennero inghiottiti dal Carcharodon, e' lecito arguire che non si tratti di vittime schiacciate dalle macerie e buttate poi in mare, giacche' quasi tutte le vittime furono colte dalla tremenda catastrofe all'alba luttuosa, mentre i piu' dormivano nei loro letti e percio' erano svestiti.

Probabilmente si tratta di persone sorprese alla spiaggia od in qualche piccolo scafo durante il maremoto, come purtroppo avvenne per tanta povera gente. Ancor vivi, o magari, appena annegati furono dilaniati ed inghiottiti dal Carcharodon. Non credo d'altronde che fosse intercorso un tempo lungo fra il momento della loro morte ed il momento in cui i miseri corpi dilaniati vennero inghiottiti; perche' le carni e specialmente i visceri non presentavano alcun indizio di comuni e pregressi processi putrefattivi o cadaverici inoltrati; il fegato, la milza, gli intestini erano, meravigliosamente, in codizioni di buona conservazione e privi assolutamente di qualsiasi infiltrazione gassosa putrida. Da quanto ho esposto restano dunque stabiliti i piu' grossolani caratteri di resti umani dopo la loro permanenza per circa un mese nel tubo digerente di un Carcharodon carcharias.

Molte altre particolarita', specialmente istologiche, sarebbe stato opportuno di raccogliere se le circostanze di tempo e di luogo ce lo avessero consentito. I caratteri rilevanti dimostrano frattanto:

   
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