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Gli squali preistorici cacciavano rettili volanti

I segni di denti scoperti sul fossile del metacarpo di uno pterosauro vissuto 83 milioni di anni fa rivelano che questo antico rettile volante fu probabilmente vittima di un predatore marino

di John Pickrell

Immagine di un esemplare di Pteranodon che viene catturato dallo squalo estinto Squalicorax kaupi. Illustrazione di Mark Witton

Il recente ritrovamento di un metacarpo di uno pterosauro - ovvero di un osso parte delle ali di questo antico rettile volante - caratterizzato da segni di denti rivela che probabilmente questo animale costituì la preda di diversi grandi pesci predatori, fra cui Squalicorax, uno squalo preistorico estinto vissuto nel Cretacico.

Il fossile, risalente a 83 milioni di anni, è stato rinvenuto nel 2014 in un sito paleontologico dell'Alabama e testimonia come gli pterosauri fossero talvolta le prede di dinosauri, di coccodrilli preistorici e di grandi pesci. Del resto, gli pterosauri non erano solo un mucchio di ossa ricoperto da pelle coriacea, come si potrebbe supporre.

"Gli scheletri degli pterosauri, in realtà, erano ricoperti da uno spesso strato di muscoli", afferma Michael Habib, esperto di pterosauri della University of Southern California di Los Angeles, non coinvolto nell'ultima scoperta. "Non erano gli animali snelli spesso rappresentati nei film e nelle illustrazioni. E ad essere più succulenti erano soprattutto i muscoli deputati al volo".

Dallo studio del metacarpo di questo pterosauro, un esemplare di Pteranodon, è emerso come questo rettile avesse un'apertura alare di circa quattro metri e mezzo. E il fatto di non avere un peso considerevole - che si aggirava probabilmente fra i 27 e i 50 chili circa - rendeva questo animale una facile preda per i grandi osteitti e per gli esemplari di Squalicorax, uno squalo estinto che poteva raggiungere i quattro metri e mezzo di lunghezza.

Secondo il nuovo studio, pubblicato su Palaios, i segni di denti lasciati sull'antico osso si adattano perfettamente alla spaziatura dei denti di due pesci fossili: Squalicorax e Saurodon, un pesce osseo estinto simile al barracuda, con una lunghezza compresa fra un metro e mezzo e un metro e ottanta circa.

"Era una cosa abbastanza insolita, perché secondo quanto avevamo osservato i segni di morsi potevano provenire da due gruppi di animali diversi", spiega Dana Ehret, paleontologo del New Jersey State Museum di Trenton.

"È una scoperta molto emozionante, considerata la rarità delle tracce di predazione sulle ossa di uno pterosauro", aggiunge Habib.

Squali in abbondanza

Durante la preparazione del fossile al Museo di Storia naturale dell'Università dell'Alabama, T. Lynn Harrell, fra gli autori dello studio, era inizialmente convinto di aver danneggiato l'osso mentre rimuoveva il gesso dalla superficie. Ma presto fu chiaro che quella serie di solchi paralleli più scuri che lo studioso si trovò davanti costituivano invece i segni lasciati da un predatore.

"Pensava che mi sarei arrabbiato con lui", racconta Ehret. "Ma mentre preparava il fossile, si è accorto della presenza di quattro segni paralleli e ha capito che rappresentavano tracce di predazione".

Per saperne di più, i due studiosi hanno iniziato a osservare le mandibole fossili di diversi pesci carnivori conservate nella collezione del museo, e le hanno poi confrontate con i segni lasciati sull'osso. I due autori sono arrivati alla conclusione che i solchi scuri e i più sottili segni di scalfitture seghettate avevano una disposizione quasi identica a quella dei denti di Saurodon e Squalicorax.

Molti fossili rinvenuti in Alabama risalenti al Cretacico superiore sembrano riportare segni di denti di squalo; fra questi, anche i resti di tartarughe e dinosauri, che spesso sono "ricoperti di segni di predazione", spiega Ehret. In quell'epoca, alcune parti dell'attuale Alabama risultavano sommerse da acque calde poco profonde, che costituivano la porta d'accesso al Mare interno occidentale, un'enorme massa d'acqua che scorreva al centro dell'America del Nord, dividendo il continente in due parti.

Sulla base della grande quantità di reperti fossili rinvenuti in quest'area, è possibile affermare che gli squali erano presenti in abbondanza: "Nonostante la mia esperienza, non ho mai visto così tanti denti di squalo", dice Ehret. "Erano presenti in grande quantità e specie diverse".

Una facile preda

Anche Pteranodon viveva in questo ambiente costiero durante il Cretacico superiore, cibandosi di piccoli pesci catturati nelle acque dove era forte la presenza di squali. Gli pterosauri erano in grado di fluttuare nell'aria, ma non avendo la capacità di volare come gli uccelli, non erano probabilmente in grado di restare a lungo sulla superficie dell'acqua, aggiunge Habib. Alcune specie, fra cui Pteranodon, probabilmente si tuffavano in acqua per catturare le prede.

"Avevano quindi la possibilità di allontanarsi velocemente dalla superficie dell'acqua. Ma è possibile che questi pterosauri venissero predati dagli squali già nel momento in cui si immergevano", continua.

È certamente plausibile che un pesce predatore saltasse fuori dall'acqua per afferrare Pteranodon o ne catturasse uno in superficie - sottolinea Ehret - anche se è difficile poterlo affermare con certezza basandosi unicamente sullo studio di questo fossile. È anche possibile che il rettile sia morto nei pressi della riva e che qualche animale si sia cibato della sua carcassa una volta che il suo corpo era stato trascinato in mare. Naturalmente, anche gli pterosauri di grandi dimensioni potevano, a loro volta, predare animali come i dinosauri.

L'enigma non è stato risolto del tutto, poiché gli pterosauri recanti questi tipi di tracce da predazione sono molto rari, spiega Mark Witton, esperto di pterosauri dell'Università di Portsmouth, nel Regno Unito. Questi animali avevano ossa delicate e piene di aria, che è probabile che si frantumassero con la potenza di un morso di squalo.

"Le testimonianze fossili sono rare, ma in aumento", afferma Witton, che è autore, assieme ad Habib, di uno studio scientifico sulla vertebra di un esemplare di Pteranodon che racchiude in sé un dente di uno squalo ancora più grande, Cretoxyrhina, che poteva raggiungere fino ai sette metri di lunghezza.

Di oltre 1.100 esemplari noti di Pteranodon, è possibile che sei - secondo quanto stimato da Witton - riportino tracce di denti di squalo. Ma la maggior parte di questi fossili non sono mai stati studiati in modo approfondito.

Lo studioso apprezza gli ultimi lavori di Ehret e Harrell poiché "sono riusciti a individuare le caratteristiche peculiari di questi animali predatori. È interessante sapere quali specie interagissero in questo modo".

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Agenzia delle Nazioni Unite per il cibo e l'agricoltura. Il Dipartimento Pesca e Acquacultura propone l'uso responsabile e sostenibile delle risorse ittiche, squali compresi.

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