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12-03-2014 - La ricerca contro il cancro al seno riparte dal sangue dagli squali

Il sistema immunitario dello squalo e quello dell’uomo funzionano in modo simile. Motivo per cui un gruppo di ricerca dell’Università di Aberdeen, in Scozia, sta svolgendo un’interessante e approfondita ricerca che in futuro potrebbe aprire la strada a nuove prospettive terapeutiche, soprattutto per quanto riguarda il cancro al seno, una malattia che, nonostante gli studi e le cure, si rivela ancora letale per molte donne.

Studiare lo squalo per capire come funziona l’essere umano? A quanto pare sì, questa è la strada. Recenti studi hanno infatti rilevato che il sistema immunitario dello squalo è una versione primitiva di quello umano: in maniera assolutamente curiosa e imprevedibile, è emerso che le capacità di adattamento di queste due specie funzionano in maniera simile.

È partendo da queste scoperte che un gruppo di ricerca che lavora ad Aberdeen sotto la supervisione della dottoressa Helen Dooley, in seno alla «School of Biological Sciences», ha iniziato una nuova avventura scientifica, tesa a indagare nuove formule terapeutiche destinate all’essere umano – nello specifico, una cura per il cancro al seno. Di questo team fa parte anche Rita Pettinello, giovane studentessa ticinese di Novazzano, laureata in biologia a Losanna (triennale) e subito trasferitasi in Scozia, dove ha conseguito prima il master, poi ha continuato con un dottorato a dir poco stimolante.

E ora veniamo alla ricerca coordinata dalla dottoressa Helen Dooley, che ha come fine ultimo quello di scoprire nuove vie terapeutiche per il cancro al seno. Scopo del gruppo di ricerca è capire se sia possibile utilizzare uno speciale anticorpo, che in natura si trova appunto solo nel sangue degli squali, per inibire la crescita delle cellule tumorali a livello mammario.

Lo studio, che si avvale anche dei fondi per la ricerca contro il cancro elargiti dall’Association for International Cancer Research (AICR), durerà tre anni e si concentrerà su due molecole, chiamate «HER2» ed «HER3», ree di provocare, attraverso delle informazioni erronee, la proliferazione delle cellule tumorali.

Come avviene questo processo? «Funziona così», spiega Rita Pettinello. «Quando queste molecole si accoppiano sulla superficie di una cellula tumorale, le suggeriscono di crescere e dividersi, dando il via ad una sorta di colonia di cellule impazzite e dannose per l’intero sistema».

Diventa quindi prioritario bloccare le due molecole, ed è proprio qui che subentra il nuovo anticorpo, quello dello squalo, chiamato IgNAR, che secondo i ricercatori potrebbe diventare una vera e propria panacea per questo male per la sua capacità di bloccare alcuni processi.

«L’IgNAR si lega all’obiettivo – un virus o un parassita, per esempio – in un modo molto diverso rispetto agli anticorpi umani», sottolinea la dottoranda ticinese. «E ci riesce perché la sua area di adesione è molto piccola e così può penetrare in minuscoli pertugi, spazi in cui gli anticorpi umani non possono assolutamente arrivare».


   
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