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19-05-2017 - Uss Indianapolis: il ragazzino che gli ha ridato l'onore

«Non ho ancora visto il film con Nicolas Cage» dice Hunter Scott, ufficiale e pilota di elicotteri dell'Us Navy di stanza in Giappone. Hunter rappresenta il seguito della terribile ordalia dell'Uss Indianapolis, una storia ancora da raccontare.

È il 29 luglio 1945. L’incrociatore pesante Indianapolis dell'Us Navy sta navigando nel Mare delle Filippine, di ritorno da Tinian, dove ha consegnato l'involucro e l'uranio della prima bomba atomica, quella che sarebbe esplosa su Hiroshima. Poco prima di mezzanotte la nave è avvistata dal sottomarino nipponico I-58, a circa 4 mila metri di distanza; il comandante Mochitsura Hashimoto ne lancia sei. Alle 00.02 del 30 luglio l’ufficiale dell’Imperatore sorride nel periscopio. «Meecyuu!», colpita.

A picco in 12 minuti
L’Indianapolis affonda in 12 minuti. A bordo 1.169 uomini, circa 300 muoiono nelle esplosioni, 900 restano in mare per quattro giorni, dimenticati su battelli di salvataggio e relitti galleggianti. Una serie di negligenze frena i soccorsi. I marinai soffrono le pene dell’inferno: sole, disidratazione e soprattutto gli squali: sopravvivono in 316, recuperati dopo essere stati avvistati per sbaglio dall'equipaggio di un aereo da ricognizione.

Il comandante Charles B. McVay III ha 47 anni. È nato in Pennsylvania, il padre era ammiraglio. Decorato per merito, McVay aveva già comandato l’Indianapolis durante l’invasione di Iwo Jima e il bombardamento di Okinawa. Poi, la missione segreta che avrebbe cambiato il corso della guerra.

Rientrato in patria dopo l’affondamento, McVay è sottoposto al giudizio della Corte marziale, con l’accusa di non aver ordinato in tempo l’abbandono nave (poi caduta) e di non aver navigato a zigzag, soluzione che avrebbe potuto rendere meno vulnerabile la nave. Il processo è caldeggiato dall’ammiraglio Ernest Joseph King, comandante in capo della flotta Usa, il quale s’impone al comandante della flotta del Pacifico, l’ammiraglio Chester Nimitz, che avrebbe voluto liquidare la vicenda con una semplice reprimenda. Si è anche ipotizzato che King avesse qualche conto da regolare col padre di McVay...

Il verdetto della Corte marziale
La Corte cita come testimone persino Hashimoto, il comandante nemico, il quale difende il “collega”, spiegando che anche zigzagando non sarebbe riuscito a sfuggire ai suoi siluri. Niente da fare. Il comandante dell’Indianapolis, l’unico ad essere giudicato nell’Us Navy per aver perso la sua nave durante il conflitto, è scelto come capro espiatorio. I familiari delle vittime premevano, c’era la questione del ritardo dei soccorsi...
Colpevole: questo il verdetto. Un anno dopo, la sentenza è rimessa, ma la carriera di McVay è comunque bruciata. Finisce in un ufficio, a New Orleans e nel ‘49 si congeda col grado di ammiraglio. Ma il suo tormento non termina: per anni riceve angoscianti telefonate, messaggi, lettere anonime che lo accusano della morte dei suoi marinai. Resiste fino al 1968, quando si spara con la pistola d’ordinanza.

Spostiamoci a Pensacola, in Florida, ora. A casa di un ragazzo di 12 anni, Hunter Scott, che sta guardando il film “Lo squalo” insieme col padre ed è colpito dal celebre monologo del comandante Quint, che racconta di essere uno dei superstiti dell’Indianapolis.

La battaglia di un dodicenne
Hunter non sa nulla di questa nave e,spinto dal papà, decide di approfondirla per partecipare a una gara scolastica per la miglior tesina di storia. Contatta i superstiti di quella terribile vicenda e dopo diversi tentativi conquista la loro fiducia. Raccoglie documenti, memorie e soprattutto le testimonianze di 150 ex marinai. Facendo proprio un loro desiderio: quello di riabilitare l’onore del comandante McVay, ingiustamente accusato. L’Us Navy, infatti, non ha mai cambiato idea sull'accaduto del 1945 e ha sempre sostenuto l’accuratezza del procedimento dinnanzi alla Corte marziale: nei suoi archivi, le note personali di McVay sono rimaste macchiate.

Hunter avvia la sua battaglia personale, con l’aiuto degli ex dell’Indianapolis e di lobbysti come Joe Scarborough. Finisce sui giornali e avviene l’incredibile: il ragazzo di 12 anni è convocato in audizione dal Congresso, incontra politici come Newt Gingrich e il senatore delle Hawaii Robert C. Smith («Ragazzo, le tue prove sono solide?»; «Granitiche, Sir»), finché la riabilitazione di Charles B. McVay III diventa una risoluzione congressuale. Nel 2000, con la firma del presidente Bill Clinton, l’onore è finalmente restituito al comandante.



Nicolas Cage a bordo
La storia dell’Indianapolis è diventata un film, “Men of Courage”, di Mario Van Peebles con Nicolas Cage che interpreta McVay (non ancora approdato nelle sale italiane). Anche quella di Hunter dovrebbe arrivare sul grande schermo (è raccontata nel libro “Left for Dead” di Pete Nelson), prodotta dall’attore Robert Downey Jr (Iron Man) per la Warner. «Ho lavorato per il film negli ultimi quattro anni - racconta Hunter -, ma il progetto adesso è in sospeso».


   
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