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27-09-2017 - Megalodonte: la leggenda degli abissi scomparsa per sempre

Di Lorenzo Rossi.

Recentemente il canale satellitare Animal Planet di Discovery Channel ha realizzato un mockumentary, cioè un documentario parodia nel quale quello che viene raccontato è tutto rigorosamente inventato, la cui protagonista è un'ipotesi molto cara a romanzieri, cineasti di B-movie e criptozoologi troppo fantasiosi: la sopravvivenza attuale del megalodonte (Carcharodon (Carcharocles) megalodon).

La creatura in questione era un gigantesco squalo comparso sulla Terra circa 28 milioni di anni fa ed estintosi durante le fine del Pliocene (1,5 milioni di anni fa) del quale, per via del fatto che di norma lo scheletro dei selacei, essendo completamente cartilagineo, mal si presta al fenomeno della fossilizzazione, conosciamo ancora piuttosto poco per quanto concerne morfologia e parentele. Gran parte delle informazioni e congetture paleonotologiche sul suo conto provengono infatti più che altro dai denti, trovati in numero copioso, che possono raggiungere una diagonale di ben 18 centimentri e che di fatto oltre ad avere dato il nome alla specie (megalodon significa "grandi denti"), sono stati all'origine di una serie di notevoli esagerazioni sul suo conto, come ad esempio una dimensione in vita superiore ai 20 o anche 30 metri.

Una revisione accurata del raro materiale scheletrico disponibile ha però indicato dimensioni di circa 15 metri di lunghezza per un peso stimato di 49 tonnellate (Gottfried 1996). Inoltre, anche se con qualche riserva tra gli studiosi, di norma si ritiene che l'aspetto esteriore del megalodonte dovesse ricordare quello di un moderno squalo bianco (Carcharodon carcharias). Il perché un animale del genere sia stato nel corso degli anni un soggetto alquanto gettonato nel mondo del cinema e dei romanzi d'avventura risulta così piuttosto chiaro. Le sue radici come moderno mito criptozoologico hanno invece trovato linfa grazie a una prassi purtroppo molto diffusa tra gli autori meno scrupolosi (quelli che in genere vendono il maggior numero di libri): citare le fonti che sembrano rendere possibile la propria ipotesi e teoria anche se quest'ultime sono state da tempo considerate non attendibili.

Ecco che ad esempio prendendo in mano Lake Monsters, Sea Serpents, and Other Mistery Denizens of the Deep (Coleman e Huyghe 2003) possiamo apprendere quanto segue:

Gli scienziati considerano il megalodonte estinto. Ma quanto è recente la sua estinzione? Basandoci su un'analisi del 1959 del deposito nel quale un dente di megalodonte fu rinvenuto nel fondale marino a 4.200 metri dal veliero oceanografico Challenger nel 1875, il dente non era più vecchio di 11.000 anni, che geologicamente parlando non è un tempo molto remoto. Se il megalodonte era ancora vivo alla fine del Pleistocene è possibile che la specie sopravviva ancora oggi. (Coleman e Huyghe, 2003)

Torneremo però in seguito sull'attendibilità e veridicità di una simile affermazione, prima prenderemo in esame un altro tipo di "prove" che gli entusiasti della sopravvivenza attuale del megalodonte hanno tentato di mettere nel corso degli anni sul piatto della bilancia: presunti avvistamenti di enormi squali non collocabili tra le specie attualmente conosciute.

Nel suo enciclopedico In Search of Prehistoric Survivors (1995), lo zoologo Karl Shuker cita (rigorosamente senza indicare le fonti) due casi che ebbero per protagonisti il noto romanziere Zane Grey e suo figlio Loren. Il primo, mentre si trovava a largo di Rangiroa (Pacifico del Sud) nel 1927 (o 1928) osservò quello che descrisse come un enorme squalo giallo e verde con una testa squadrata, immense pinne pettorali e qualche macchia bianca. L'animale era considerevolmente più lungo dell'imbarcazione di 12 metri sulla quale si trovava.

Qualcosa di molto simile fu in seguito rivisto nel 1933 sempre lungo la costa di Rangiroa, e questa volta era presente anche il figlio di Grey. I due si trovavano sul piroscafo Manguani quando verso le 17:00 osservarono un piccolo stormo di gabbiani in prossimità di un'area di mare giallastra:

All'inizio pensai che si trattasse di una balena, ma quando una grande coda marrone emerse lungo la scia della nave [...] capii immediatamente che si trattava di un mostruoso pescecane. [...] Ritengo che quella enorme [...] creatura fosse lunga almeno 12 - 15 metri. Non era uno squalo balena: gli squali balena hanno una distintiva livrea verde violacea con grandi macchie marroni e una testa molto più stretta. Cos'era quindi, forse un vero mostro preistorico delle profondità? (da Shuker, 1995)

Sebbene Grey ribadii che non si trattava di uno squalo balena (Rhincodon typus), quest'ultimo sembra invece essere, per una serie di validi motivi, il migliore candidato (o perlomeno le descrizioni collimano maggiormente con quelle di uno squalo balena piuttosto che con un megalodonte). Inoltre l'area di mare giallastra descritta potrebbe essere stata dovuta a una fioritura di fitoplancton, un'occorenza che spesso attira gli squali balena. Descrivendone la "tipica livrea" di colore verde violaceo, Grey dimostra inoltre che non conosceva questi selacei così bene come voleva fare credere al lettore.

L'anneddoto più impressionante, ma ahimè anche inverosimile, rimane però quello citato dall'ittiologo David G. Stead nel suo libro Sharks and Rays of Australian Seas del 1963:

Nel 1918 i pescatori di aragoste di Port Stephens si rifiutarono per parecchi giorni, di recarsi ai loro regolari siti di pesca in vicinanza della Broughton Island. Gli uomini erano andati a lavorare in quelle secche pescose, che sono a grande profondità, quando aveva fatto la propria comparsa un immenso squalo, di dimensioni quasi incredibili, che aveva saccheggiato, un contenitore dopo l'altro, molte aragoste e portato via, come hanno detto gli uomini, "contenitori, funi di attracco e tutto il resto". [...] Gli uomini erano unanimi nel ritenere lo squalo un animale che non avevano visto neppure nei loro peggiori sogni. In compagnia del locale ispettore delle zone di pesca, ho interrogato molti degli uomini e tutti si sono mostrati concordi circa le dimensioni gigantesche della bestia. Ma le lunghezze che gli attribuivano erano, nel complesso, assurde. Tuttavia le riporto, come riprova dello stato d'animo suscitato da quell'insolito gigante. [...] Uno dei membri dell'equipaggio affermò che lo squalo misurava "almeno cento metri!"; altri sostennero che era lungo quanto il molo su cui ci trovavamo: circa 35 metri! [...] Una delle cose che mi colpì fu che erano tutti concordi nell'attribuire all'enorme pesce uno spettrale colore biancastro. (Stead, 1963)

Infine, nel 1999 il fotografo subacqueo Bill Curstinger e il suo compagno di immersioni Heather Perry, dissero di avere osservato uno squalo gigante presso la Baia di Fundy (Canada) in prossimità della punta meridionale di Deer Island. Mentre si apprestavano a tornare da un'immersione udirono un tonfo nell'acqua simile a quello provocato da una balena. Voltandosi verso il rumore osservarono per qualche istante un'enorme appendice lunga dai 2 ai 3 metri, forse una pinna caudale o dorsale, dalla forma allungata e stretta, di colore nero, compiere dei movimenti laterali. L'appendice era simile alla pinna caudale di un enorme squalo volpe (Alopias vulpinus). I due sub stimarono la lunghezza totale dell'animale attorno ai 10 metri. Ma anche se questo avvistamento è stato utilizzato da Coleman per suffragare la sopravvivenza del megalodonte, in realtà non sembra avere davvero nulla di così misterioso. La pinna superiore della coda degli squali volpe è infatti lunga circa la metà del loro corpo e considerando che il record di lunghezza per la specie si attesta a 7,60 metri (Hart 1973), l'appendice lunga dai 2 ai 3 metri descritta dai testimoni rientrerebbe perfettamente nel range accertato per questo squalo.

Ma torniamo ora all'analisi del dente (che in realtà erano due) del 1956, che anche Shuker, alla stregua di Coleman, descrive con grande enfasi:

Quando, nel 1959, questi denti furono datati dallo scienziato russo W. Tschernezky, il mondo scientifico ricevette un considerevole shock. Conoscendo il tasso di formazione dello strato di diossido di manganese che copriva i denti, Tschernezky ne ha misurato lo spessore e dai risultati ottenuti fu in grado di annunciare che un dente aveva solo 24.000 anni e l'altro non più di 11.000. (Shuker, 1995)

Anche se però Coleman si tiene ben alla larga dallo scriverlo, vi sono due problemi di fondo che hanno indotto gli studiosi a ritenere che queste datazioni siano tutt'altro che attendibili. Il primo è che i denti esaminati da Tschernezky sembrano rappresentare in realtà materiale rielaborato da depositi più vecchi (Applegate 1996), sarebbero stati infatti erosi da depositi del Pleistocene e ridepositati in strati Pleistocenici più recenti. Va infine considerato il fatto che il diossido di manganese non è un indicatore molto accurato delle ere geologiche: i suoi depositi non sono costanti e dipendono da una moltitudine di diversi fattori che spaziano dalla concentrazione di ioni di ferro nell'acqua a quella di fitoplacton.

Va infine aggiunto che i dati paleontologici indicano nel megalodonte un animale che viveva nelle acque costiere calde e la sua eventuale sopravvivenza in epoca moderna non sarebbe certo passata inosservata anche se la specie fosse particolarmente rara. Si è così ipotizzato che l'animale possa essersi evoluto a una vita nelle profondità abissali, ma una simile congettura può trovare spazio soltanto all'interno di un romanzo di Steve Alten. L'evoluzione, purtroppo, ha regole ben differenti.

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

APPLEGATE, S. P. (1996), The fossil history of Carcharodon and its possible ancestor, Cretolamna: a study in tooth identification.
GOTTFRIED, M.D., L.J.V. Compagno, & S.C. Bowman (1996), Size and skeletal anatomy of the giant "Megatooth" shark Carcharodon megalodon.
TSCHERNEZKY, W. (1959), Age of Carcharodon megalodon? Nature 184: 1331-1332

https://www.criptozoo.com/approfondimenti/2013/12/10/megalodonte-leggenda-degli-abissi


   
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