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27-04-2018 - La strage degli Squali: al collasso l’intero ecosistema marino

Sono anni che si parla di questo argomento ma sembra non importi a chi invece dovrebbe importare maggiormente: i responsabili di questa tragedia, che poi sono quelli che ci speculano sopra. Quindi è bene ricordare il dramma in cui ci stanno cacciando.

Gli squali sono presenti sulla terra da circa 400 milioni di anni. Parliamo di predatori che si sono adattati straordinariamente all’ecosistema marino, in cui occupano un ruolo importantissimo: sono tra le specie che garantiscono la stabilità di tutto l’ecosistema, essendo ai vertici della catena alimentare.

Questo cosa significa?

Come succede a predatori come lupi, leoni e coccodrilli, gli squali limitano la crescita del numero di altre specie, mantenendo cosi l’equilibrio fra le diverse forme di vita.

Gli squali non avevano mai avuto rivali in grado di impensierirli. Oggi sono tra le specie più minacciate, soprattutto a causa della pesca intensiva, il degrado degli habitat marini e i cambiamenti climatici.

Ogni anno nel mondo ne vengono uccisi circa 100 milioni. Lo rivela uno studio dell’Università canadese Dalhousie University di Halifax, che evidenzia come queste cifre non siano compatibili con la possibilità di mantenere stabili le popolazioni di pesci

In pratica ogni anno vengono uccisi il 7-8% del totale di tutti gli squali. Qualunque percentuale superiore al 4,9% annui rappresenta una minaccia per la sopravvivenza a lungo termine di qualsiasi specie, soprattutto per gli squali che hanno tempi di riproduzione e crescita piuttosto lunghi.

In Europa il 7,5% delle specie di pesci marini europei è a rischio di estinzione come conferma il rapporto appena pubblicato dalla IUCN (Unione Mondiale per la Conservazione della Natura) e dalla Commissione Europea. Il dato più allarmante riguarda gli squali, razze e chimere. Il 40,4% sono ad altissimo rischio di estinzione.

A cosa è dovuto questo massacro?

In parte alla pesca accidentale, ma la causa primaria è della pratica illegale del “finning”, ovvero la rimozione delle pinne. Pratica che è aumentata vertiginosamente dagli anni 90 per rispondere alla crescente domanda di zuppa di pinne di squalo, considerata una prelibatezza in varie zone dell’Asia.

Per gli asiatici è al pari del tartufo o del caviale, tanto che una ciotola di zuppa può arrivare a costare persino 60-70 euro.

Anche se la caccia ad alcune specie di squalo è consentita, il “finning” illegale avviene quando i pescatori rimuovono le pinne dagli squali vivi e poi li rigettano in mare agonizzanti e senza dichiararne la cattura una volta tornati in porto per evitare di superare le quote di pesca consentite.

Ma c’è forse qualcosa di più atroce.

I numeri di cui stiamo parlando sono incredibili considerando la biologia di queste specie. Ma, la cifra 100 milioni è una stima per difetto: potrebbero in realtà essere più di 270 milloni gli squali uccisi ogni anno.

Sfortunatamente ad oggi non esiste alcun limite al numero di animali che possono essere uccisi in mare aperto, quindi quest’attività continua indisturbata.

Oltre alla pesca intensiva e al finning, c’è da considerare l’inquinamento delle acque e l’odio atavico degli esseri umani verso queste splendide creature marine.

Sono molte le associazioni e le figure che si stanno muovendo per proteggere questi animali. Come la biologa marina istruttrice subacquea Ocean Ramsey, da sempre impegnata nella salvaguardia dell’eco sistema marino e nella lotta all’inquinamento, cerca di spiegare al mondo che gli squali non sono i mostri che tutti vogliamo credere.

Proteggere questi animali vuol dire tutelare la stabilità di tutto l’oceano. L’uomo da tempo sta distruggendo tutti gli equilibri che lo hanno fatto sopravvivere fino ad oggi e che hanno creato questo splendido pianeta.

L’estinzione degli squali potrebbe innescare contraccolpi a valanga di cui non si conoscono, ne si possono prevedere gli effetti. Ma possiamo immaginare che la proliferazione senza controllo di molte specie di pesci comporterebbe l’estinzione di altre specie, che oggi sopravvivono perché il loro nemico naturale è in esiguo numero, si potrebbe poi distruggere la flora marina. Le specie che ne soffrirebbero sarebbe molte, tra cui l’uomo.


   
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