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04-05-2018 - Interazioni squali - delfini nel sud Sardegna

All'ultima conferenza dell'European Cetacean Society documentati alcuni casi di predazione squalo-delfino nelle acque della costa meridionale dell'Isola.

di Simone Repetto

Le interazioni fra delfini e squali, predatori marini ai vertici della catena alimentare, sono state documentate in più circostanze, spesso con esito fatale per i primi. Questo accade soprattutto quando alcuni esemplari di delfinidi, noti per condurre un'esistenza gregaria in strutture altamente sociali, normalmente in grado di fornire un'efficace barriera difensiva, finiscono per divenire vulnerabili agli attacchi dei grandi elasmobranchi pelagici, perchè indeboliti da ferite o malattie.

Quando tali episodi accadono e vengono documentati, nella maggior parte dei casi il cetaceo era già morto o in fin di vita. Nel mar Mediterraneo, tali comportamenti predatori sono stati descritti scientificamente poche volte. Ha destato dunque curiosità quanto presentato alla trentaduesima edizione della conferenza dell'ECS (European Cetacean Society), svoltasi dal 6 al 10 aprile 2018 a La Spezia, in cui un gruppo di ricercatori del Centro recupero cetacei e tartarughe marine Laguna di Nora, ha esaminato tre casi di predazione squalo - delfino, avvenuti nel sud ovest della Sardegna, nel giro degli ultimi anni.

Due le specie spiaggiate: stenella striata (Stenella coeruleoalba) e delfino comune (Delphinus delphis), mentre dal lato dei responsabili degli attacchi, gli studiosi ne ipotizzano tre: squalo bianco (Carcharodon carcharias), mako a pinne corte (Isurus oxyrinchus) e squalo bruno (Carcharhinus obscurus), considerando parametri quali la presenza nell'area, l'ampiezza e la profondità dei morsi, nonché i segni dei denti lasciati nelle carcasse delle vittime (ma senza lasciare frammenti, che avrebbero condotto all'identificazione pressoché certa), da cui presumere specie e grandezza.


Il primo episodio descritto risale all'ottobre del 2011, quando, sotto uno scoglio vicino a Nora, venne individuata la carcassa di un giovane esemplare di stenella letteralmente divisa in due da un attacco mirato, avvenuto non molto tempo prima.

Dalle successive analisi compiute in laboratorio, il "colpevole" è stato individuato in uno squalo bianco di circa 4 metri, che potrebbe aver assalito il piccolo delfino ancora vivo. Il secondo e il terzo caso, ravvicinati, sono avvenuti nella medesima stagione e condizioni meteo.



Il secondo caso, nel gennaio 2017, una violenta mareggiata ha depositato nella spiaggia di Funtanamare, di fronte a Gonnesa, un esemplare femmina di stenella striata inferiore al metro e mezzo, con evidenti morsi di squalo, il maggiore avente un'ampiezza di circa 40 centimetri.

Sulla carcassa potrebbero aver banchettato in tempi diversi più esemplari, ipotizzando tra le specie coinvolte un bianco, un mako e uno squalo bruno, lunghi intorno ai 3 metri.




Infine il terzo caso, rilevato nel febbraio scorso nella scogliera della Caletta, ad ovest dell'isola di San Pietro: sempre a seguito di una mareggiata da ponente, sulle rocce si è arenato un maschio di delfino comune lungo quasi 2 metri, a dispetto del nome non comune nel Mediterraneo.

La carcassa, ancora sanguinante, presentava segni di attacchi ripetuti sui fianchi vicino al cranio, con ampiezza dei morsi di quasi 40 centimetri, probabilmente provocati da un giovane squalo bianco o da un mako superiore ai 3 metri, che potrebbero aver agito quando il delfino era ancora vivo.

In questo caso, la preda subisce un attacco violento ed improvviso, teso a condurre la vittima al decesso in poco tempo a causa delle gravi ferite, mentre considerando una carcassa galleggiante, si verificherebbe il cosiddetto “scavenging”, con il predatore portato a banchettare a suo piacimento.



Tra i vari aspetti, i casi mettono in evidenza come gli squali, per istinto, tendano a mordere i delfini in punti ben individuati, in modo da interessare organi vitali e chiudere l'attacco con successo. “Questi mammiferi marini hanno pochi nemici naturali, tra cui l’orca e poche specie di grossi squali pelagici” ha spiegato Giuseppe Ollano, direttore del centro di Nora. “Nei mari italiani, i predatori in grado di attaccare cetacei – soprattutto se di piccole dimensioni – sono limitati: oltre allo squalo bianco, al mako e al poco comune squalo bruno, specie come la verdesca, il grigio, il martello o il capopiatto possono praticare la necrofagia, o scavenging, su carcasse di cetacei morti che galleggiano alla deriva. "Per la natura elusiva delle specie coinvolte, l’interazione trofica tra cetacei e squali è difficilmente documentabile nel suo divenire, specialmente nei nostri mari”, ha concluso Ollano.

Come hanno fatto notare gli autori della ricerca, simili episodi, rari rispetto alla numerosità delle carcasse di cetacei rinvenute tra il canale ed il mare di Sardegna, si sono verificati in una zona di passaggio costiero e di pesca al tonno rosso tramite tonnara, facendo ipotizzare l’esistenza di “hot spot” in cui più specie predatorie (squali e delfini) convergono, perché attratte dalla presenza di grandi quantità di prede, finendo così per interagire fra loro, in un’area geografica fra quelle a più alta biodiversità marina di tutto il Mediterraneo.


   
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