Torna alla Home Page

Desktop Area riservata

        Stampa pagina  


30-04-2009 - Come la pesca agli squali danneggia il mare

L'incremento vertiginoso della caccia è dovuto al finning: pratica illegale, causa della morte di circa 70 milioni di squali l'anno che consiste nel recidere le pinne e gettare lo squalo ancora vivo in mare. Le conseguenze per l'equilibrio biologico della barriera corallina.

La maggior parte delle specie di squalo ha subito un calo del 90% solo negli ultimi vent'anni; ed ogni anno vengono uccisi circa 100 milioni di squali.
Tale declino è dovuto principalmente al finning: pratica illegale, causa della morte di circa 70 milioni di squali l'anno che consiste nel recidere le pinne e gettare lo squalo ancora vivo in mare; il 98% circa del corpo non viene quindi utilizzato perché economicamente poco redditizio. La richiesta di pinne di squalo è in continua crescita, soprattutto nel mercato orientale, dove vengono utilizzate per la sempre più richiesta e costosa zuppa.
Il finning non è però l'unica causa del declino: gli squali sono oggetto anche di una pesca commerciale che solo negli Stati Uniti, dal 1984 al 2000, ha raggiunto le 760.000 tonnellate l'anno (anche se considerando le catture non riportate, si stima arrivi ad un milione e mezzo di tonnellate).
Vengono poi catturati accidentalmente dalle reti per altre specie: il cosìddetto bycatch, responsabile della pesca di 8*106 squali l'anno, cioè un terzo degli elasmobranchi pescati su scala mondiale. Inoltre i predatori marini più temuti sono oggetto di una considerevole pesca sportiva, soprattutto negli Stati Uniti, dove nel 2004 sono stati catturati 12 milioni di squali, e di programmi per diminuire gli attacchi che utilizzano reti a largo di zone frequentate da bagnanti.


Il vertice della catena alimentare

Gli squali hanno popolato la terra per gli ultimi 400 milioni di anni svolgendo un'importantissima funzione di regolatori. Sono predatori al vertice della catena alimentare marina: controllano l'abbondanza e la distribuzione di altri pesci e di mammiferi marini ed eliminano gli individui più deboli e malati, fungendo da controllori del diffondersi delle malattie. Presentano caratteristiche biologiche ed ecologiche, dette K-selected life-history strategies, che li rendono particolarmente vulnerabili alla pesca: hanno un tasso di crescita molto lento, pari solo a 1-2% l'anno; raggiungono la maturità sessuale tardi rispetto ad altre specie (mediamente intorno ai sette anni); danno alla luce pochi piccoli l'anno (in media una decina) e hanno un tasso di mortalità naturale molto basso: il che indica che, oltre l'uomo, non hanno predatori naturali da cui difendersi. Le pause tra una gravidanza e l'altra sono generalmente molto lunghe, di almeno un anno, e molte popolazioni presentano segregazione dei sessi: le femmine sono geograficamente separate dai maschi, e se la pesca colpisce una popolazione di femmine mature, gli effetti sulla riproduzioni potrebbero essere devastanti.

La difficoltà con cui le popolazioni di squali sopravvivono ad una pesca intensa deriva proprio da queste caratteristiche; le dimensioni notevoli rispetto ad altri pesci li rendono particolarmente richiesti e desiderabili sul mercato. Poiché maturano tardi, la pesca sottrae alla popolazione individui non ancora capaci di riprodursi,riducendo progressivamente il numero di nuovi nati ogni anno.

Uno dei temi su cui si sta focalizzando la comunità scientifica riguarda gli effetti della sistematica rimozione dei predatori dai sistemi marini, la cui comprensione è di vitale importanza per la gestione della pesca e dell'ecosistema.
Il venir meno del controllo demografico e geografico esercitato dagli squali sembra indurre cambiamenti nella popolazione delle prede; tali cambiamenti possono essere trasmessi da un livello trofico all'altro, causando le cosìddette cascate trofiche, la cui severità dipende dalle dimensioni, dal tasso metabolico e dal raggio migratorio dei predatori.
La presenza degli squali induce nelle prede meccanismi di difesa come ad esempio, scegliere di trascorrere la maggior parte del tempo in zone più sicure e difficilmente raggiungibili dai predatori, che però scarseggiano in quantità o qualità di cibo. La loro assenza, di conseguenza, permette ad alcune specie di popolare zone in cui erano prima assenti e di modificare la loro dieta aumentando il proprio guadagno energetico; il che vale sia per le prede sia per i competitori degli squali.


Squilibri alla barriera corallina

Uno studio condotto negli Stati Uniti ha rivelato che dal 1970 al 2005, sulla costa orientale del paese si è verificato un rapido declino di 11 differenti specie di squalo: declino che va dall'87% per lo squalo grigio, al 97% per lo squalo tigre, 98% per lo squalo martello smerlato e 99% per lo squalo toro, lo squalo bruno, e il pesce martello.
A tali declini è corrisposto l'aumento di 12 specie di elasmobranchi che sono note prede degli squali. In particolare, la popolazione della vaccarella (Rhinoptera bonasus), ha subito un incremento annuo del 9%. Questa esplosione ha poi indotto l'eliminazione di una grande quantità di bivalvi, principali prede delle razze. In North Carolina ciò ha comportato il fallimento dell'industria milionaria della pesca della capasanta locale Argopecten irradian.

Lo studio americano rappresenta un esempio semplice di cascata trofica e degli effetti della pesca intensiva agli squali. Altre ricerche dimostrano però che spesso tali effetti non sono facilmente comprensibili.
Uno studio ha simulato la rimozione di due specie di squalo dalle barriere coralline Hawaiane: lo squalo tigre e lo squalo della barriera corallina. Inaspettatamente, i risultati hanno dimostrato che non tutte le specie la cui abbondanza era aumentata in seguito alla rimozione degli squali, costituivano componenti principali della loro dieta.
La rimozione dello squalo tigre ha causato un aumento della popolazione di tartarughe, uccelli, foche, granchi ed aragoste; risultato coerente con il fatto che tali specie sono sue prede. Anche la popolazione dello squalo della barriera corallina è aumentata non dovendo più competere con lo squalo tigre per territorio e cibo.

Un dato completamente inaspettato è stato il collasso della popolazione di tonni e carangidi, anch'essi prede dello squalo tigre, ed un aumento dei pesci che popolavano i fondali. Gli autori dello studio suggeriscono che la diminuzione dei primi sia probabilmente dovuta all'aumento di un altro dei loro predatori: gli uccelli; mentre l'aumento dei secondi sia correlato alla diminuzione dei tonni, di cui rappresentano le principali prede.
La sola rimozione dello squalo della barriera ha invece avuto un effetto minimo, probabilmente poiché si conosce ancora poco della sua biologia ed ecologia e quindi il modello sperimentale non è risultato completo.

Tali dati evidenziano come l'effetto della rimozione non dipenda tanto dal ruolo che la preda ha nella dieta dello squalo, ma dall'entità del controllo, e che non è facile determinare gli effetti soprattutto se non si ha una completa conoscenza della biologia e dell'ecologia della specie in questione.

Anche le barriere coralline stanno subendo danni legati alla pesca degli squali: ad esempio, uno studio ha indicato che i pesci pagliaccio nutrendosi di alghe creano un substrato disponibile all'insediamento di nuovi coralli, ora le cernie li stanno sterminando, mentre prima erano controllate dagli squali.
La situazione diventa più grave se si considera che gli squali delle barriere coralline sono specie quasi esclusivamente associate con questo habitat, e quindi più sensibili di altre specie allo sfruttamento e ai cambiamenti nella qualità dell'ambiente.

Per quanto riguarda il Mediterraneo che, in seguito a centinaia di anni di pesca intensa, ha subito notevoli declini, dati ufficiali lo indicano come sede di una delle popolazioni di squali più minacciate al mondo; delle 20 specie di squali presenti, solo cinque hanno livelli di abbondanza abbastanza alti da consentire ricerche. Uno studio pubblicato nel 2008 ha rivelato che queste cinque specie presentano livelli di declino che vanno dal 96 al 99%.
Non sono stati ancora effettuati studi per determinare che effetti tali declini stiano avendo sulle altre specie del Mediterraneo, ma, sulla base dei dati provenienti da altri mari, si deduce che sia urgente approfondire tali rilevamenti.

La domanda cui studi recenti cercano di rispondere quindi è: esiste una pesca di squali sostenibile?
Una ricerca americana sostiene infatti che gli squali siano una specie che in teoria si presta bene alla pesca: i cuccioli nascono già di notevoli dimensioni e il tasso di sopravvivenza non è soggetto a grandi fluttuazioni come quelli di altri pesci più piccoli; la popolazione è quindi naturalmente in equilibrio e potrebbe essere pescata in maniera sostenibile.
Man mano che si getta luce sui dati reali della pesca agli squali e suoi effetti, però, risulta sempre più chiaro che ciò non sarà possibile finché il finning continuerà ad essere la principale pratica; poiché impedisce di ottenere dati affidabili ed indispensabili alla gestione dell'industria della pesca.

(Laila Hassan Hassanein)

(06 Aprile 2009)

http://www.vglobale.it/NewsRoom/index.php?News=5527&p=0


   
© 1999-2017 Antonio Nonnis  
Squali.com non utilizza cookies per tracciare gli utenti