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16-07-2009 - I sopravvissuti agli squali: salviamoli dall'estinzione

LA FOTO li ritrae seduti dietro a un tavolo, i moncherini bene in mostra. Alle loro spalle i responsabili di quelle menomazioni: un poster bellissimo, il mare limpido e pieno di vita. Pieno di squali. Ieri Washington è stata teatro della più inconsueta azione di un gruppo di pressione, quando nove sopravvissuti ad attacchi di squali hanno chiesto al Senato degli Stati Uniti azione immediata per fermare la pesca agli squali.

A condurre la conferenza stampa Chuck Anderson, che nel 2000, mentre nuotava nel Golfo del Messico al largo dell'Alabama, è stato a un passo dalla morte quando uno squalo toro - tra le specie più comuni in prossimità di coste con barriere coralline e tra le più aggressive - gli ha portato via con un morso quattro dita, gli ha aperto lo stomaco e infine staccato di netto un braccio. Anderson tuttavia difende gli squali. "Sono maligni e cattivi - ha detto ai giornalisti per spiegare il suo impegno - ma personalmente non ho alcun diritto di avercela con loro".

Insieme agli altri sopravvissuti Anderson non sta lottando per salvare il suo nemico, sta usando la sua esperienza personale per portare l'attenzione su un pericolo, quello di privare la fauna degli oceani di uno dei suoi elementi più importanti, di un predatore senza il quale alcune altre specie si riprodurrebbero senza controllo.

Lo scorso anno l'International Union for the Conservation of Nature, responsabile di stilare l'elenco degli animali a rischio di estinzione del pianeta, ha stabilito che il 32 per cento di squali e razze sono minacciate. Non deve stupire che i sopravvissuti abbiano accomunato nella loro battaglia squali e razze, perché queste ultime sono protagoniste di tanti attacchi mortali per gli esseri umani quanti quelli degli squali. In generale, però, le razze fanno meno scalpore e non hanno avuto un film come Jaws di Steven Spielberg ad eccitare la fantasia della gente. Le razze sono venute alla ribalta soltanto quando il documentarista australiano Steve Irwin, famoso per i suoi incontri ravvicinati con gli animali, morì per la puntura in pieno petto di una pastinaca, una specie di razza che vive sulla barriera corallina.

Secondo quanto riporta il Washington Post i nove sopravvissuti che si ergono a paladini delle squali hanno raccontato le loro storie con un misto di terrore e di fascinazione per i loro aggressori. Qualcuno è riuscito a scherzare, come il biologo marino Mike deGruy, 57anni, uno al quale è andata meglio che agli altri perché ha solo perso parte della funzionalità in una mano, dopo essersi trovato a pinneggiare in mezzo a un gruppo di squali per 25 minuti. "Ancora mi chiedo perché non mi hanno divorato. Mi hanno solo assaggiato - ha raccontato - e devono aver deciso che avevo un sapore da schifo".

A riunire le nove vittime degli squali in una "lobby" è stata l'iniziativa di Debbie Salamone, una sopravvissuta che lavorava per un gruppo ambientalista, esperta di comunicazione. Ha subito intuito che un appello a salvare gli squali che arrivasse da chi ne ha conosciuto il lato peggiore sarebbe stato molto più efficace. Anderson e Al Brenneka, 52 anni, che ha perso il braccio destro in un incontro con gli squali, hanno spiegato che quando sono stati chiamati dall'ambientalista sono rimasti sorpresi. Non tutti hanno accettato di fornire la loro testimonianza, ma chi l'ha fatto ha capito l'impatto del messaggio. "Chi può parlare meglio a favore degli squali se non chi li ha incontrati faccia a faccia?" è stato il commento di Brenneka. La sua esperienza è particolarmente interessante: dopo l'attacco, nel 1976, ha fondato il gruppo "Shark attack survivors" e ha scoperto che, come lui, molti sopravvissuti avevano il desiderio di conoscere meglio l'origine della loro disgrazia. E nel conoscere gli squali hanno imparato a rispettarli e perdonarli: "Fanno ciò che è naturale per loro - dice Brenneka - il più delle volte la colpa è della vittima".

Un'azione del governo statunitense per la protezione degli squali si rende necessaria visto il grande incremento che ha avuto il mercato delle loro pinne, usate soprattutto per zuppe considerate una leccornia sul mercato asiatico, ma anche della pelle e della cartilagine. Spesso i pescatori praticano il "finning", cioè asportano le pinne e buttano le carcasse, ma molti squali muoiono, come accade anche a delfini e pesci spada, perché rimangono incastrati nelle reti. Negli Stati Uniti la legge che protegge gli squali è già passata alla Camera e se passerà al Senato non servirà a salvare gli squali, visto che vengono cacciati nella maggior parte del mondo, ma rafforzerà a livello mondiale l'iniziativa avviata anche dall'Unione Europea.

Nel Mediterraneo un terzo delle specie di squali è a rischio di estinzione e Bruxelles nel febbraio 2009 ha presentato un piano i cui obiettivi principali sono la fine della pesca intensiva - particolarmente deleteria vista la lentezza con cui questi animali si riproducono - attraverso regolamenti più severi, e il miglioramento delle conoscenze, ancora scarsissime, della situazione attuale grazie a nuove iniziative di raccolta dati. Spagna, Portogallo, Francia e Regno Unito sono le nazioni maggiormente coinvolte nella pesca agli squali, ma anche l'Italia ha le sue responsabilità perché se squali e razze sono pescati in piccole quantità, il nostro mercato è tra il maggiore importatore al mondo di palombi, smerigli e spinaroli, che altro non sono che squali.

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