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02-04-2010 - Forse dei cacciatori di squali dietro la scomparsa di Maurilio Mirabella.

C’è caos a Roatan in questi giorni. In Honduras la settimana santa viene considerata come la festa di tutte le feste, e l’isola caraibica viene presa d’assalto dai vacanzieri. Difficile anche coordinare le indagini dei trenta Cobra, i militari della squadra speciale di intervento spedita dalla capitale , Tegucigalpa, che stano setacciando l’isola a caccia dei due italiani scomparsi.

Si tratta del napoletano Maurilio Mirabella e del torinese Luca Pagliara, dei quali si sono perse le tracce diciotto giorni fa. Se le ricerche sul territorio non portano risultati, il lavoro di intelligence, coordinato dal commissariato locale della «policia», Eduardo Lanza, prosegue senza sosta, e apre nuovi scenari sui possibili motivi della scomparsa degli italiani. L’ultimo indizio che è stato portato alla luce, riguarda le inimicizie che Mirabella si era creato tra i cacciatori illegali di squali al largo dell’isola: inimicizie che, in un paese dove le armi sono diffusissime e il valore dato alla vita umana è scarso, potrebbero aver anche spinto gli «avversari» di Mirabella a pianificare un omicidio.

Il napoletano Maurilio Mirabella, trasferito in Honduras nel 1994, aveva creato un centro di immersioni subacquee che in breve tempo era diventato il più ricercato dei Caraibi. Al «Waihuka Adventure Divers», fondato e gestito assieme a un ex avvocato, Sergio Tritto, i turisti potevano assistere allo spettacolo del pasto degli squali. Mirabella e Tritto consentivano ai sub che si muovevano in loro compagnia di partecipare all’escursione senza essere chiusi in una gabbia, per poter vivere in mezzo agli squali un momento emozionante, da raccontare una volta tornati a casa.

Gli squali, insomma, rappresentano la vita per Maurilio, oltre che una importante fonte di business (ogni turista paga più di cento dollari per partecipare all’immersione). Proprio per difendere quegli animali, il sub napoletano si era battuto in prima persona. Spesso, quando individuava le barche dei pescatori illegali, si avvicinava alla zona e restava lì per evitare che scattasse la cattura. Non erano rare le occasioni in cui si avvicinava ai barchini dove c’era uno squalo appeso al grosso amo, e pagava i pescatori perché lo lasciassero libero.

La sua battaglia in favore dei pescecani lo aveva portato al centro del mirino dell’organizzazione criminale che gestisce quel mercato. Da ogni animale, l’organizzazione è capace di guadagnare almeno cinquanta dollari, che in Honduras rappresentano un capitale. Le pinne valgono poco e vengono utilizzate come souvenir per i turisti o come prelibatezza nelle zuppe dei tre ristoranti cinesi di Roatan. Dalle interiora, invece, si estrae un olio che viene considerato una panacea per ogni tipo di malattia: quell’olio è la parte più importante del business. Maurilio ha iniziato la sua guerra in difesa di quegli animali dopo aver incontrato, durante una immersione, uno squalo in fin di vita, con la pinna dorsale tranciata di netto.

Da quel giorno del 2006, gli incontri con gli squali mutilati si sono ripetuti con frequenza sempre maggiore, fino a convincere Mirabella a lanciare un appello pubblico: «L’uccisione dei pescecani mette a rischio l’intero ecosistema marino dell’isola. Ammazzare uno squalo comporta automaticamente la scomparsa di quattro cernie e dodici dentici. È una catena che non si può spezzare senza creare inesorabili problemi».

La battaglia ai cacciatori illegali aveva trovato anche una seria sponda nel giornale «Bay Islands Voice», mensile in lingua inglese molto diffuso tra i subacquei, che avevano condiviso e sostenuto Mirabella. L’ultima pista, insomma, trascina le indagini verso l’alto mare. Maurilio potrebbe aver pagato a caro prezzo la sua passione per gli squali.

http://www.ilmattino.it/articolo.php?id=96591&sez=NAPOLI


   
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