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22-04-2010 - L'ultimo EDEN: l'atollo degli squali.

Un sogno diffuso è scovare il «luogo vergine», un’istantanea della Terra anteriore alle offese della civiltà. Lo coltivano turisti eco-solidali, ecologisti duri e puri, studiosi di ecosistemi. Ma solo di rado soddisfano il desiderio, sia scientifico sia psicanalitico. Uno di loro si chiama Enric Sala, professore alla «Scripps Institution of Ocenography» di San Diego, California, che è sicuro di avere individuato uno degli ultimi paradisi e l’ha battezzato l’«Eden degli squali».

Si nasconde in una fila di isole del Pacifico, le Sporadi equatoriali, l’arcipelago noto come Isole della Linea. Saltando da una all’altra, in un crescendo di scoperte, da Flint a Vostok, da Staburck a Malden, è approdato nel Millennium Atoll. E’ qui - racconta - la capsula ideale dell’oceano primordiale. «Si trova in una delle zone più remote al mondo: non ci sono abitanti e, quindi, io e il mio team eravamo sicuri di imbatterci in rarissime tracce umane». E così è stato.

«Ci siamo imbarcati in una spedizione che ricorda quelle classiche del passato e non a caso la meta era un luogo di cui non sapevamo quasi nulla, tra Polinesia francese ed equatore, e che oggi appartiene alla Repubblica di Kiribati - spiega -. Volevamo esplorare quel mondo sottomarino, che di colpo si è trasformato nella nostra Macchina del Tempo».

Millennium Atoll, infatti, è oggi per i mari del Sud ciò che è stato il Kenya per l’Africa del XIX secolo: un concentrato di vita micro e macro oppure - per dirla nel gergo dei biologi - un’esplosione di biodiversità. «Quando mi sono immerso, mi sono sentito come Darwin. Mi inoltravo in una dimensione ancestrale, dove molti animali non avevano mai visto l’uomo e non mostravano alcun timore. Sono pochi i posti dove si possa sperimentare un’esperienza di questo tipo, intensamente spirituale».

Ma poi l’occhio del ricercatore ha preso rapidamente il sopravvento. E altre sorprese sono arrivate. «Ci siamo resi conto che in questa barriera corallina la biomassa dei predatori, vale a dire il loro peso totale per ettaro, è maggiore di quella delle loro prede. E’ come aggirarsi in un Serengeti con cinque leoni per ogni erbivoro!». Gli squali, infatti, popolano le acque basse in concentrazioni record, più che in qualunque altra isola e più che in qualunque altro habitat del Pianeta. Ecco perché l’indirizzo del loro ultimo Eden si agita nelle trasparenze irreali del Millennium. «Sembra un rapporto impossibile - sottolinea Sala -. Eppure è possibile, perché i pesci alla base della catena alimentare si riproducono molto velocemente, mentre i predatori, all’altro estremo, vivono più a lungo e consumano le loro vittime con grande efficienza».

Loro - aggiunge - sono una spia perfetta dello stato di salute degli ecosistemi marini: considerati i mostri per eccellenza, sono invece presenze fragili, ipersensibili a ogni interferenza umana, dalla pesca all’inquinamento. «Si aggirano in quelle che sono le foreste degli oceani, le barriere coralline». Sala le paragona ad aeroplani: «Per funzionare hanno bisogno di tutte le componenti. Chi vorrebbe viaggiare su un jet a cui manca un pezzo? Ecco perché organizzo missioni per studiarle nella loro totalità, dai microbi fino, appunto, agli squali». E’ l’unica strategia - conclude - per tentare di salvarle.

GABRIELE BECCARIA

http://www3.lastampa.it/ambiente/sezioni/ambiente/articolo/lstp/192492/


   
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