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24-11-2011 - In Cina primo stop ai piatti a base di pinne di squalo.

Finalmente, ecco delle buone notizie per gli squali, e per le loro pinne: la catena di alberghi di lusso Peninsula ha deciso che a partire dall’1 gennaio 2012 toglierà dai suoi menù tutti i piatti contenenti pinne di squalo, e che non verrà fatta eccezione nemmeno per i banchetti nuziali.

La decisione è il più vistoso risultato finora della campagna contro il consumo di pinne di squalo, frequente in particolare in Cina e a Hong Kong. L’ex colonia britannica, infatti, è il centro più importante al mondo per il commercio di questa «prelibatezza», ricercata in realtà più per la sua consistenza inusuale e il suo alto costo che non per il gusto. Una pinna di squalo costa in media 1000 euro al mercato di Hong Kong, e può essere acquistata comodamente – intera o a peso – in uno degli innumerevoli negozi di pesce essiccato. Per una piccola ciotola di zuppa, invece, bisogna considerare di pagare circa 70 euro. Dunque, il prestigio che si accompagna a questo piatto è notevole, e di solito un banchetto nuziale privo di zuppa di pinne di squalo è considerato poco ortodosso.

Gli hotel Peninsula, del resto, avevano già cominciato un anno fa a incoraggiare i loro clienti a non consumare pinne di squalo, offrendo per i banchetti nuziali o d’affari delle zuppe di pesce alternative: chi accettava aveva in omaggio una notte nel prestigioso albergo, che è presente a Hong Kong, Shanghai, Pechino, Bangkok, Tokyo, Manila, Chicago e Beverly Hills.

Il consumo di pinne di squalo negli ultimi anni è andato aumentando di pari passo con l’innalzarsi del tenore di vita in Cina. Oggi, 73 milioni di squali sono uccisi ogni anno per le loro pinne, una pesca forsennata che ha portato numerose specie di questi pesci predatori sull’orlo dell’estinzione, per quanto fra i giovani cinesi si tratti di una pratica molto meno diffusa, e considerata superflua.
La campagna per scoraggiare il consumo delle pinne di squalo infatti sta cominciando ad avere effetto anche in Cina, dove si notano i primi germogli di una rinnovata coscienza animalista. Due mesi fa il campione di basket Yao Ming si era unito all’imprenditore australiano Richard Branson per fare da testimonial alla campagna per la protezione degli squali e contro il consumo di pinne, attirando per la prima volta l’attenzione nazionale sul problema. La Virgin Airlines, di proprietà di Branson, impedisce il trasporto di pinne di squalo sui suoi aerei.

Nel frattempo, l’Unione Europea, il maggior fornitore al mondo di pinne di squalo per il mercato cinese, ha proposto di proibirne la pesca nelle acque territoriali europee. Questo tipo di pesca, il più diffuso, viene portato avanti tagliando la pinna all’animale ancora vivo, per poi rigettarlo in acqua. Privato di questa parte del corpo lo squalo è incapace di nuotare e muore, consentendo però al peschereccio di continuare a cercare pinne senza l’ingombro di grossi squali a bordo.

La proposta della Ue, presentata dal Commissario europeo per la pesca, Maria Damanaki, renderebbe obbligatorio il tornare a terra con lo squalo intero, e non solo con le pinne tagliate. Inoltre, tutti i pescherecci registrati in Europa dovrebbero sottostare al divieto di tagliare le pinne, in qualunque parte del mondo essi si trovino. Secondo i dati Onu, due anni fa i pescatori della Ue avrebbero pescato più di 110.000 tonnellate di squalo, il volume maggiore dopo l’India. Nel frattempo, la California ha proibito lo scorso mese tanto la vendita, che lo scambio e perfino il possesso di pinne di pescecane, mentre le isole Bahamas hanno reso del tutto illegale l’andare a pesca di squali.

http://www3.lastampa.it/lazampa/articolo/lstp/431201/


   
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