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03-12-2012 - La salvezza dei predatori marini passa anche attraverso le APP e le nuove tecnologie

Roma, 1 Dicembre 2012

Articolo di Patrizia Caraveo

L’oceano copre la maggior parte della superficie terrestre ma a tutt’oggi sappiamo molto poco di quello che succede sott’acqua. Tuttavia è da lì che estraiamo gran parte delle risorse alimentari per nutrire un’umanità in continua crescita e gli errori fatti permettendo un eccessivo sfruttamento delle risorse marine sono davanti agli occhi di tutti.

I grandi pesci, quelli all’apice della catena alimentare, e quelli più interessanti dal punto di vista commerciale, sono diminuiti anche oltre il 90% nel giro di poche decine di anni.

Perché i governi, o le agenzie internazionali, possano programmare interventi efficaci, per esempio per imporre delle quote di pesca o, in casi estremi, delle moratorie totali, occorre sapere di più sulla vita, sulle abitudini e, soprattutto sulle migrazioni della popolazioni marine.

La situazione è seria: diverse specie sono vicino alla soglia del rischio di sopravvivenza.

Gli squali, cacciati in modo sfrenato solo per rispondere alla richiesta di pinne di pescecane del mercato asiatico, e i tonni, diventati una delicatezza mondiale grazie alla globalizzazione del sushi, sono vittime del loro valore commerciale.

Per salvaguardare i grandi predatori occorre sanzionare i comportamenti insensati, come ha fatto la UE vietando il commercio delle pinne senza il pesce attaccato. Le sanzioni, però, non bastano.

L’esperienza insegna che la pressione del pubblico informato può fare moltissimo. Per prima cosa bisogna portare alla luce il problema, fuori dai circoli dei biologi marini e della gestione delle flotte da pesca.

Come? La ricetta è semplice: condividere le informazioni attraverso siti web e, più recentemente, con APP dedicate.

Uno dei pionieri di questo approccio è Barbara Block, professore di biologia marina dell’Università di Stanford che Domenica 25 novembre ha ricevuto il Rolex Award proprio per premiare il suo sforzo decennale nello studio e nella comprensione delle abitudini dei grandi predatori marini attraverso l’ uso integrato delle più recenti tecnologie.

Ho avuto la fortuna di ascoltare una conferenza di Barbara Block poche settimane fa, all’acquario di Monterey, uno dei centri di studio del mare più affascinanti che io abbia visto.

E’ stata una coincidenza: ero a Monterey per un congresso di astronomia gamma e gli organizzatori avevano pensato all’acquario come location della cena sociale. (Non è un’occasione unica al mondo, lo fa anche l’acquario di Genova e, se vi capita, consiglio vivamente di non lasciare scappare l’occasione.)

L’acquario è di gran lunga l’istituzione più significativa di Monterey che su questo grandioso complesso ha giocato (e vinto) la partita della sopravvivenza di una cittadina che languiva insieme alla morente industria locale dell’inscatolamento del pesce.

Uno dei punti di forza dell’acquario è la vasca dei grandi predatori abitata da tonni, squali, tartarughe.

La mente dietro la costruzione di questa enorme struttura è lei: Barbara Block autorità assoluta nello studio dei tonni , ed ora anche degli squali.

La carriera di questa scienziata straordinaria è partita dalla considerazione che non si potevano fissare le quote della pesca dei tonni atlantici sulla costa americana e su quella africana-europea senza sapere come si muovessero questi grandi pesci.

Mentre le migrazione degli animali terrestri si possono seguire in dettaglio, pochissimo si sa sulle migrazioni dei pesci che, apparentemente, vivono in un ambiente senza frontiere. Nel mare non ci sono montagne né grandi fiumi che limitino gli spostamenti di una determinata popolazione.

Cosa determina le vie di migrazione dei grandi predatori? Da qui il suo primo progetto TAG che è a dir poco visionario. Proprio grazie alla sua visione, Barbara Block è riuscita a ottenere consistenti finanziamenti per costruire centinaia di strumenti miniaturizzati che potessero lavorare per diversi anni, una volta inseriti chirurgicamente sotto pelle nei grandi tonni (catturati, anestetizzati, etichettati, ricuciti e rimessi in mare).

Si tratta di ricerche su lunghi periodi: il millesimo tag è stato inserito in un tonno da 500 kg nel 2008, dodici anni dopo il primo. Lo strumento può essere recuperato solo con la pesca del tonno e la collaborazione dei pescatori che, sapendo di ricevere una generosa ricompensa, lo inviano a Stanford.

Più del 20% degli strumenti inseriti nei primi anni ha fornito dati permettendo agli scienziati di seguire le migrazioni dei grandi tonni atlantici, scoprendo che la popolazioni della costa africana e quelle della costa americana si incontrano e si mescolano senza nessun problema dove maggiore è la disponibilità di cibo, per poi tornare a riprodursi nei luoghi di origine (Mediterraneo e golfo del Messico). Le quote andavano decise in modo oceanico non con mentalità est/ovest.

Poi è venuta la volta del Pacifico con il progetto TOPP e qui un comitato scientifico mondiale ha deciso le specie da seguire sia con i rivelatori inseriti chirurgicamente, sia con strumenti attaccati all’esterno (tipicamente alle pinne dorsali degli squali, ai gusci delle tartarughe, alla pelle delle balene, alle zampe degli uccelli, alla pelliccia dei leoni marini) che registrano i movimenti dell’animale (con i rivelatori di alba-tramonto, il GPS non funziona sott’acqua), la profondità alla quale si trova, la temperatura dell’acqua.

I rivelatori esterni sono programmati per raccogliere dati per circa un anno, poi si staccano, salgono in superficie e scaricano i loro dati su un satellite delle costellazioni ARGOS o Iridium. Lo sforzo è stato ciclopico con più di 3000 strumenti-etichetta piazzati tra il 2006 e il 2009.

Per studiare le migrazioni dei tonni ancora giovani (quindi di piccole dimensioni), sono stati inseriti chirurgicamente 600 rivelatori, più del 60% dei quali sono stati recuperati, segno che la pesca non lascia ai pesci il tempo di crescere.

Giovani o maturi, i tonni sono degli incredibili nuotatori, partono dal mare del Giappone e attraversano il Pacifico in 20 giorni per andare a banchettare nelle acque della California.

Correnti fredde e ricche di nutrienti fanno della costa californiana un eden marino e, quindi, uno dei punti di accumulazione di molte specie. Anche gli squali sono degli habitué: i tags esterni hanno rivelato l’esistenza di punti di agglomerazione che, a prima vista, non corrispondono a niente.

Li hanno chiamati predator café e devono essere dei posti di ristoro interessanti perché gli stessi animali ritornano con cadenza stagionale, probabilmente quando le correnti dal basso portano nuovi nutrienti che danno inizio alla catena alimentare che culmina con i grandi predatori .

Ma la tecnica è in continua evoluzione: l’ultima novità sono le boe autosufficienti a pannelli solari dotate di rivelatori acustici che sentono il segnale dei tags acustici messi ai pescecani e lo trasmettono ai satelliti Iridium. In questo modo i biologi possono seguire i continui spostamenti degli squali per cercare di capire cosa li determina. Il Rolex Award finanzierà altre due boe di ultima generazione per seguire altri due predator café.

Oltre all’interesse scientifico, il Rolex Award premia gli sforzi di sensibilizzazione del pubblico alla conservazione dell’ambiente marino. Ai circa due milioni di visitatori, che ogni anno sostano ammirati davanti alla vasca dei tonni di Monterey, adesso si uniscono appassionati e curiosi da tutti il mondo che possono scaricare la APP Shark net per seguire il via vai dei predator cafè al largo della California.

Se gli squali e i tonni avranno un futuro dovranno ringraziare personalità visionarie come Barbara Block che ama gli animali marini e vuole farli amare da tutti noi .

E’ un amore interessato: dalla buona salute del mare dipende il nostro futuro.

http://www.chefuturo.it/2012/12/lapp-che-ti-dice-dove-stanno-gli-squali-per-salvarli/


   
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