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10-08-2013 - Focus sugli squali: 10 cose che dovete sapere

1. Alcuni partoriscono come i mammiferi

Soltanto alcune specie di squali sono ovipare, ossia depongono uova come tutti gli altri pesci. La gran parte degli squali sono invece ovivipare. In queste specie l’uovo resta all’interno del corpo della femmina, mentre lo squalo cresce cibandosi dell’uovo stesso. Quando giunge a maturazione viene “partorito” ed è perfettamente autonomo. Nel caso dello squalo bianco è già lungo quasi un metro ed è pronto a mangiare una foca.
Un piccolo numero di specie di squali è viviparo, che significa che il nutrimento per il figlio proviene dal corpo della madre e non dall’uovo, esattamente come nei mammiferi. Nel caso degli squali vivipari questo nutrimento è formato, in modo piuttosto macabro, dagli altri embrioni che si trovano nel corpo della madre. Anche in questo caso, la femmine partorisce uno squalo già perfettamente autonomo e formato.

2. Hanno un sesto e un settimo senso

Tradizionalmente si attribuisce agli squali un incredibile senso dell’olfatto, che permetterebbe loro di individuare una goccia di sangue a chilometri di distanza. Ma oltre al loro fiuto eccellente, gli squali possono contare su altri due sensi altrettanto efficaci. Il primo è la “linea laterale”, un senso che condividono con la maggior parte degli altri vertebrati acquatici.
La linea laterale è un canale sotto la pelle che comunica con l’esterno ed è quindi pieno d’acqua. All’interno del canale ci sono dei recettori molto sensibili in grado di percepire le variazioni nella pressione dell’acqua circostante e quindi di individuare prede o predatori ancora prima di vederli, sentirli o odorarli.
L’elettroricezione è invece un senso tipico degli squali (ma in forme meno efficienti è posseduto anche da altri pesci) con cui possono individuare le prede grazie al loro campi elettromagnetici. L’organo per l’elettroricezione si chiamano “ampolle di Lorenzini”, migliaia di recettori sul muso dello squalo che contengono gel in grado di condurre l’elettricità. La capacità di individuare campi elettromagnetici non si estende molto lontano dal muso dello squalo, quindi è particolarmente utile a quelle specie che cacciano prede nascoste nel fondo sabbioso del mare.

3. I pesci ossei, cioè i pesci normali, sono più vicini a noi che agli squali

Gli squali appartengono, insieme al 99 per cento dei vertebrati, ai Gnathostomata, cioè i vertebrati dotati di mascelle (senza mascelle ci sono le lamprede e alcuni altri fossili viventi). Dopo i Gnathostomata l’albero evolutivo si divide in due: da un lato si dirama la famiglia degli squali, delle mante e delle razze. Sono i cosiddetti pesci cartilaginei, perché hanno lo scheletro composto di cartilagine.
Sull’altro ramo invece si trovano tutti gli altri vertebrati, dai pesci ai rettili e agli anfibi: in altre parole, tutti i vertebrati che hanno una mascella e uno scheletro osseo, compresi quindi noi mammiferi. Quindi i pesci moderni e noi umani avevamo – milioni di anni fa – un antenato comune che era un pesce, ma che non era uno squalo. Noi e i pesci siamo dunque più “imparentati” di quanto lo siano pesci ossei e squali.

4. Gli squali non galleggiano

A ricordare che gli squali sono solo lontani cugini dei pesci c’è il fatto che gli squali hanno grosse difficoltà a galleggiare. I pesci ossei possiedono un organo riempito d’aria, la vescica natatoria, che possono riempire o svuotare per restare stabili alla profondità desiderata (probabilmente le vesciche natatorie in alcuni pesci preistorici si evolvettero fino a diventare primitivi polmoni – a confermare il fatto che i vertebrati terrestri discendono dai pesci).
Gli squali utilizzano i loro grandi fegati riempiti di liquidi molto poco densi per diminuire lo sforzo di restare a galla, ma l’unico modo che hanno per non cadere sul fondo del mare è continuare a nuotare.

5. Gli squali non dormono

Le branchie degli squali sono più semplici di quelle della maggior parte dei pesci ossei. Sono aperte e somigliano a una serie di linee verticali dietro la testa. La respirazione avviene mentre lo squalo nuota, facendo passare l’acqua passa attraverso le branchie. Per respirare mentre sono immobili, molti squali possiedono dietro gli occhi una specie di muscolo che “pompa” acqua nelle branchie.
Molte specie di squali che vivono in mare aperto hanno quasi completamente perso questa capacità e sono costretti a continuare a nuotare per non soffocare. Anche per questo motivo, come quasi tutti i pesci, gli squali non entrano mai in una fase di sonno profondo come gli altri vertebrati. Restano invece con gli occhi aperti, muovendosi più lentamente, ma mantenendo una parte del cervello a riposo.

6. Gli squali hanno predatori

Gli squali sono ai vertici della catena alimentare nel mare, ma in realtà hanno diversi predatori. Bisogna considerare che esistono squali lunghi solo una decina di centimetri – come lo squalo gatto – che vengono cacciati da una varietà di altri pesci, tra cui altri squali. Ma anche le specie più grandi rischiano di trovarsi in seria difficoltà.
Esistono testimonianze di coccodrilli di mare, una specie che può arrivare a sette metri di lunghezza, che hanno attaccato e ucciso squali lunghi fino a un metro. Nemmeno il grande squalo bianco è privo di predatori. Esiste un caso documentato di un’orca che ha attaccato ucciso uno squalo bianco, afferrandolo tra le mascelle e tenendo a immobilizzato a pancia in su fino a farlo soffocare. Senza contare che il peggior nemico dello squalo è forse l’uomo, a causa delle pratiche di pesca intensiva.

7. Non esistono squali giganti preistorici

Durante la Shark Week del 2013 Discovery Channel ha mandato in onda il documentario dal titolo: Megalodon: the shark monster that lives (“Megalodon: lo squalo mostruoso che vive ancora”), in cui si ipotizza che siano ancora vivi alcuni esemplari di Megalodon, un enorme squalo preistorico lungo fino a una decina di metri, più del doppio dei moderni squali bianchi. Il documentario affrontava il tema seriamente, come se ci fosse davvero un dibattito all’interno della comunità scientifica e come se ci fossero numerose prove che facevano sospettare l’esistenza di esemplari di Megalodon.
Il documentario ha suscitato numerose proteste da parte di biologi marini e altri esperti. Al di là di alcune incerte testimonianze, gli scienziati non ne hanno mai avvistato uno e non esiste alcuna prova che faccia sospettare la sua esistenza ai giorni nostri. La risposta all’assenza degli avvistamenti data nel documentario è che i Megalodon si sarebbero nascosti nelle profondità marine. Ma, come hanno sottolineato in molti, è improbabile che una specie che ha impiegato decine di milioni di anni per diventare un efficiente predatore delle acque basse e calde si trasformi in poco tempo in una creatura adatta a cacciare nelle acque gelide, profonde e povere di cibo degli abissi oceanici.

8. La pelle degli squali

A differenza di quasi tutti gli altri pesci, gli squali non hanno squame, ma una pelle spessa e dura costituita da minuscoli dentini, simili ai denti dei vertebrati. Al tatto può ricordare la carta vetrata. I piccoli denti servono a generare delle microturbolenze nell’acqua che aiutano gli squali nel nuoto.

9. Uno squalo bianco cambia 30 mila denti nell’arco della vita

I denti degli squali non sono attaccati all’osso, ma soltanto fissati alle gengive. File di nuovi denti continuando a crescere dietro alla fila principale e un nuovo dente viene spinto in avanti ogni volta che si crea un buco. Certe specie di squali “cambiano” fino a 30 mila denti nell’arco della vita.

10. Nel più grave attacco di squali della storia, vennero uccise circa un centinaio di persone

Il 30 luglio del 1945 la corazzata Indianapolis della marina degli Stati Uniti venne affondata da un sottomarino giapponese. La nave stava facendo ritorno da Guam, nelle Filippine, dove aveva appena consegnato la bomba atomica destinata a colpire Hiroshima. La nave affondò in 12 minuti e novecento marinai si ritrovarono in mare tenuti a galla dai salvagente o appesi ai detriti della corazzata.
I marinai rimasero in acqua per cinque giorni, durante i quali vennero continuamente attaccati dagli squali. Si trattava in gran parte di esemplari di pinna bianca, considerati una delle specie più aggressive, attirati dal rumore dell’esplosione e dal sangue dei morti e dei feriti. I superstiti raccontarono che erano molto aggressivi e spesso attaccavano marinai ancora vivi, vicino alla superficie.
Quando qualcuno moriva, i vicini cercavano di allontanarsi dal corpo sperando che gli squali preferissero concentrarsi sul cadavere. All’arrivo dei soccorsi, vennero raccolti soltanto 317 sopravvissuti. Per quanto la maggior parte dei morti fu dovuta alla disidratazione, venne ricostruito che circa cento marinai dell’Indianapolis furono uccisi dagli squali. Questa storia viene raccontata da Quint, il cacciatore di squali interpretato da Robert Shaw nel celebre film Lo squalo di Steven Spielberg.


   
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