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15-09-2013 - La strage di grandi squali bianchi nel Nord Adriatico tra 800 e 900

C’è stato un tempo, nemmeno troppo lontano, in cui l’Adriatico del Nord, dal Golfo di Trieste al Quarnero, pullulava di Carcharodon carcharias, i grandi squali bianchi come quello catturato nel 1906 e in mostra in questi giorni al Magazzino delle idee di corso Cavour nell’ambito della rassegna “Acqua. Identità di un territorio”.

Allora - tra l’Ottocento e i primi del Novecento - erano classificati come Carcharodon rondoletti, e volgarmente chiamati “Cagnizza”. Erano talmente numerosi, e talmente temuti, che le autorità stabilirono un compenso in denaro per chi li catturava e uccideva: 20 fiorini per esemplari lunghi meno di un metro, 30 per esemplari da uno a quattro metri, e 100 fiorini se lo squalo preso era più lungo di quattro metri.

E le catture non mancarono: posto che spesso i pescatori spacciavano per squali bianchi altre specie (e le autorità chiudevano un occhio, bontà loro, se c’era da scucire 20 o 30 fiorini) tra il 1872 e il 1890 furono effettuate 33 catture di squali ricompensate (ma solo undici erano davvero squali bianchi), mentre tra il 1890 e il 1909 le catture - queste sì, accertate, di “Great White Shark” - furono 22. Alla conta, più di trenta squali bianchi presi in 37 anni, in media quasi uno all’anno.

E alcuni erano enormi. In particolare lo squalo bianco catturato il 3 ottobre 1909 a Lukovo nella tonnara di Ivan Skomerza, era lungo ben 6,6 metri, uno dei più grandi esemplari mai catturati al mondo. Insomma, il futuro protagonista dell’omonimo film di Spielberg era di casa da queste parti. E ce n’erano proprio tanti, considerata la rarità, oggi, dei grandi squali bianchi, e il fatto che i dati delle catture si riferiscono solo al Quarnero.

È questa infatti l’area marina presa in esame da William Klinger, del Centro ricerche storiche di Rovigno, che sugli “Atti” del Centro ha pubblicato una ricerca effettuata all’Archivio di Stato di Fiume, dove sono conservati i documenti del Governo marittimo di quella città al tempo dell’impero austro-ungarico. Scavando fra i rapporti relativi ai pagamenti effettuati dalle autorità per la cattura degli squali, Klinger è riuscito a ricostruire uno straordinario spaccato di vita sull’Adriatico del nord, in cui i più grandi pesci predatori del mondo la facevano da padroni.

I grandi bianchi erano attratti dalle tonnare: nel litorale triestino all’inizio del secolo scorso ne erano attive 14, mentre nel Quarnero le tonnare erano più di venti. Una pacchia per i grandi squali bianchi, che qui pascolavano a frotte. Klinger sottolinea come al Museo di storia naturale di Trieste solo tra l’aprile 1872 e il luglio 1882 fossero arrivati, per essere identificati, ventuno squali di varie specie, dei quali sette misuravano più di quattro metri di lunghezza, mentre nel Quarnero tra il 1872 e il 1909 furono catturati più squali bianchi di tutto il resto dell’Adriatico (compreso quello del Museo di Storia naturale di Trieste).

Siccome a ogni cattura la norma prevedeva l’immediato sventramento dell’esemplare, tra i resti di alimentazione nel ventre dei “Cagnazza” morti furono di volta in volta trovati delfini, tonni, ovini e solo in un caso resti umani (due stivali «con i resti dei piedi ed altri effetti d’uso», si legge nel rapporto), probabilmente appartenuti a un annegato.

Oggi, conclude Klinger, lo squalo bianco è rarissimo in Adriatico: «Come il lupo in montagna prosperava grazie alla pastorizia, Carcharodon carcharias prosperava grazie alla pesca del tonno». Decimato in tutto il mondo da una caccia forsennata e inutile, e senza più tonnare in Adriatico, il grande predatore - che oggi è specie protetta - pensa prima di tutto a lottare contro la sua estinzione.


   
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