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25-10-2013 - Cala il consumo di pinne di squalo

Gli squali possono tirare un sospiro di sollievo, così come chi ha combattuto negli ultimi anni per la loro salvaguardia. Il consumo di zuppa di pinne di pescecane, che in Cina aveva raggiunto proporzioni mastodontiche, fino a mandare alcune specie di squali (tra le 10 e le 14 specie, incluso il pesce martello maggiore) sull’orlo dell’estinzione, sta infine drasticamente calando. Adesso anche il governo di Hong Kong, capitale dello spaccio di pinne, ha cambiato le sue politiche al riguardo.

UN CAMBIAMENTO E UN CALO NETTI – «Si dice che è impossibile cambiare la Cina, ma i fatti dimostrano che stiamo arrivando a una riduzione del consumo di pinne di pescecane tra il 50 e il 70 percento in due anni» ha dichiarato Peter Knights ,direttore di WildAid, Ong di San Francisco impegnata nella protezione di questi animali. Fino a pochi anni fa, in effetti, la società cinese non si poneva domande né si faceva scrupoli nel banchettare con quella che era, in una tradizione millenaria, considerata una delicatessen riservata alle élites, nonostante il crudele metodo di caccia di cui è frutto. Anzi. Essendo uno status symbol, il suo consumo negli ultimi anni era esploso di par passo al rapido espandersi delle classi sociali più agiate che, declinate in numeri da gigante asiatico, era uguale a un numero colossale di zuppe consumate e squali massacrati: 70 milioni di animali solo lo scorso anno. Adesso tutto sta cambiando.

CAMPAGNE CHE FUNZIONANO - Merito di tutto ciò va alle grandi campagne di sensibilizzazione portate avanti negli ultimi da associazioni per la protezione degli animali, ma anche poi da studenti, associazioni di uomini d’affari, celebrità e infine – e ciò ha costituito un balzo in avanti – dai governi stessi. «Il governo è determinato a guidare l’azione e dare il buon esempio su questo fronte...» si leggeva sul comunicato con cui l’esecutivo di Hong Kong annunciava il mese scorso il sostegno al consumo di cibo sostenibile, bandendo dalle occasioni ufficiali piatti quali, appunto, l’incriminata zuppa, ma anche per esempio il tonno pinna blu. La mossa di Hong Kong è arrivata a un anno di distanza da quella del governo cinese, così come le iniziative private locali (come quelle di alcune catene alberghiere e di ristoranti) che già avevano bandito la zuppetta dalle loro mense. La campagna dal titolo «I’m FINished with fins», un gioco di parole in inglese che significa «Io ho detto basta alle pinne» è stata popolarissima. Lanciata da una partnership di Ong e condotta su Sina Weibo (la risposta cinese a Twitter) e altri social network, ha mobilitato 330mila persone a scambiarsi foto di se stessi con la bocca tappata, a indicare che non avrebbero più ingerito una zuppa di pinne. Tantissime le star coinvolte nelle varie campagne, soprattutto celebrità televisive, ma anche del mondo dello sport, come il giocatore di basketball Yao Ming, e uomini d’affari di successo come Jim Zhang.

IGNORANZA, NON INSENSIBILITA’ - «É un mito che alle persone in Asia non importi nulla della fauna selvatica – ha proseguito Knight – il consumo è basato sull’ignoranza più che sulla malvagità». Un’indagine condotta nel 2005-2006 aveva rivelato che l’80 percento dei cinesi non sapesse neanche che la famosa zuppetta – detta «zuppetta d’ala di pesci» in cinese – contenesse le pinne di pescecane. Nel 2010, un sondaggio promosso dal signor Zhang su 30mila persone mostrava come il 99 percento di loro fossero favorevoli a bandire l’importazione delle pinne. Non solo squali: i consumi dei nuovi ricchi cinesi minacciano gravemente varie specie animali. Caso emblematico è quello dell’avorio: in Africa i livello di bracconaggio, e di pachidermi uccisi, non è mai stato così crudelmente elevato, e i consumatori cinesi ne hanno una buona dose di responsabilità. Colpevoli, ma nella maggior parte dei casi non dolosi. Per questo varie associazioni si stanno impegnando nelle campagne di sensibilizzazione nei Paesi all’origine della domanda, a partire dalla Cina. Elephant Action League, per esempio, ne ha lanciata una da vari mesi dal titolo: «Se compri avorio, uccidi la gente», per spiegare come le vittime del massacro non siano solo i pachidermi, ma anche le persone, vittime dei bracconieri o dei terroristi che dal traffico d’avorio vengono finanziati (inclusi quelli appartenenti a al-Shabab, il gruppo somalo responsabile dell’attentato al centro commerciale di Nairobi). Il caso delle pinne di pescecane lascia ben sperare: il consumatore ben informato non è più così indifferente.


   
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