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Gli squali di John Bizas

John (Ioannis) Bizas è nato a Chio, nell'isola patria di Omero, nell’aprile 1980. Inizia a scolpire all'età di otto anni e dopo un periodo da autodidatta, passato girando per le Cicladi e l'Europa, si trasferisce a Carrara nel 2008, dove si iscrive all'Accademia di Belle Arti. Impara a lavorare anche altri materiali, ma “il suo” rimarrà la pietra, in particolare il marmo. Proprio con il marmo ha creato l'opera che gli ha dato la sua identità artistica: lo squalo. Crea squali di ogni colore e forma, tramite i quali parla dell'umanità. «Un'umanità che si divora e distrugge tutto quello che la circonda – commenta – proprio come fa uno squalo affamato nel mondo marino».

" Questo progetto mette davanti la bellezza comune dell'animale e del corpo umano. Si crea un messaggio di speranza per la salvaguardia degli squali e dei grandi predatori", confida l'artista.


André Gide scrisse che “le più belle opere degli uomini sono ostinatamente dolorose”. Capisci che è vero quando osservi opere d'arte come quelle di John arrivato a Carrara nel 2008 per un breve corso di scultura, diventato poi l'incipit della sua storia di artista. È qui infatti che ha iniziato a scolpire quegli squali che lo hanno reso famoso. No, non a Carrara: questa città a malapena sa che esiste. Ma fuori dai confini carraresi tutti (nel circuito d'arte) sanno che se c'è uno squalo “è Bizas”. Squali in marmo bianco o grigio bardiglio, squali in rosso travertino, squali infilzati con lance o con lamette. Sculture forti, scioccanti, che non rappresentano il mondo marino, ma l'umanità. Lo squalo è l'uomo che si divora il mondo, dalle devastazioni ambientali alla violazioni dei diritti umani. Lo squalo è l'uomo trafitto dalla lussuria, dall'avarizia, dall'indifferenza.


Intervista all'autore del 22-02-2015 sul Il Tirreno

Di Melania Carnevali (Leggi originale)

Lo incontriamo in una pasticceria di viale Zaccagna, ad Avenza, vicino a uno dei laboratori dove lavora su commissione. E davanti a un bicchiere di vino ci parla dei suoi viaggi in giro per l'Europa e della sua arte, sfoderando citazioni greche. D'altronde è nato e ha vissuto nell'isola di Chio, la patria di Omero... John, a Carrara ci sono scultori bravissimi che non riescono a sfondare e sono costretti a fare i ghost-sculptors (scultori fantasma, ndr) di altri.

Lei come è riuscito a farsi un nome?

«Non è stato facile. Ho provato e riprovato; cercavo di sfruttare qualsiasi occasione per farmi conoscere: mostre, simposio, eventi. Poi mi ha dato una mano anche la stampa. Tutto è partito da Marble Weeks: un artista mi aveva proposto di esporre in uno spazio che aveva a disposizione e io accettai. Portai uno dei miei primi squali. Un giornale locale pubblicò un articolo su di me. E da lì mi contattò prima una testata della Versilia, poi una casa editrice che stava producendo un libro sugli artisti del posto e via dicendo. Così mi sono creato un nome, soprattutto in Grecia dove adesso collaboro anche con una galleria di Salonicco. Però non direi che sono molto diverso dagli scultori che non riescono a vivere della loro arte».

E perché?

«Perché altrimenti non lavorerei anche su commissione, farei solo le mie sculture».

Cosa che fa nel laboratorio che ha in affitto a Seravezza...

«Sì, li ho trovato l'ambiente ideale per lavorare. Attrezzature e materiale a pochi chilometri e tutta la tranquillità che desidero. Posso lavorare a qualsiasi ora e qualsiasi giorno senza disturbare nessuno».

Lavora tante ore al giorno?

«Non ho orari o giorni prestabiliti. Lavoro, per le mie sculture, quando so cosa voglio creare. E come inizio, devo terminare il prima possibile. Quindi capita di passare quindici ore di fila a scolpire senza accorgermene. Però, chiariamo che per me questo (le sue opere, ndr) non è un lavoro: è passione, hobby..».

Da tre anni si è trasferito a vivere a Viareggio. Come mai, dal momento che lavora qui?

«Ho pensato che per una famiglia fosse meglio Viareggio; ha più servizi, più negozi, più vita sociale, più opportunità; è più vivace, tanto che sembra più grande di Carrara. Qui ci sono tre centri: quello storico, Avenza e Marina. Ma nessuno dei tre offre quello che offre Viareggio. A Carrara se si esce dopo le otto di sera è tutto chiuso. A Viareggio si trova sempre qualcosa da fare».

Ha figli?

«Sì, una di due anni».

La porta mai a lavoro?

«Sì, mi ha già visto scolpire e, tra l'altro, noto già una piccola vena artistica. È infatti piena di bambole, ma preferisce libri, pennarelli e pastelli».

Piccole pittrici crescono. Tornando a lei... Come ha capito di voler essere scultore?

«Ho iniziato a scolpire a undici anni: lavoravo una pietra locale simile al legno. Mio padre è marmista e sono rimasto subito affascinato dal lato artistico del marmo. Dopo il militare mi sono trasferito a Tino, nelle Cicladi, che è una città del marmo come Carrara, anche se non è conosciuta all'estero. Ho fatto pratica nei laboratori e poi sono tornato a Chio per aprirne uno mio. Ma la vera scoperta è stata qui a Carrara: quando sono venuto nel 2008 mi sono innamorato della città. Sono tornato in Grecia, ho fatto le valigie e mi sono trasferito qui con mia moglie».

Da cosa era rimasto affascinato?

«Dalle possibilità che dà a uno scultore di lavorare il marmo. Sia per la quantità, sia per le attrezzature, sia per il numero di artisti stranieri che si possono incontrare».

Ma lei viene da una città del marmo...

«Sì ma è molto diverso. Anzitutto per , appunto, la quantità di marmo. In Grecia parliamo di una piccola isola con una miriade di tipologie di marmo, ma la quantità è limitata. Inoltre, mentre qui il 70% degli artisti è straniero, cosa che aiuta lo scambio culturale, là il 98% è greco. E la cultura si fossilizza su se stessa. Anch'io avevo in mente di fermarmi solo un anno, ne sono passati sette».

Cosa le ha fatto cambiare idea?

«Mah.. Tutte le decisioni che ho preso nella mia vita le ho prese senza impegno. Mi sono detto all'epoca “faccio un anno di Accademia per imparare a usare altri materiali e poi torno”. Ma alla fine, ho terminato gli studi. Poi, da evento nasce evento, e sono ancora qui».

E ha intenzioni di fermarsi ancora?

«Questo non lo so. Fino a dieci anni fa pensavo anche al futuro. Ora, come si dice in Grecia “l'unica cosa certa è l'adesso, tutto il resto non esiste”. Non faccio progetti».

Anche in Grecia c'è una “estrazione selvaggia” del marmo come Carrara?

«Un po' sì anche se più limitata poiché è limitato anche la risorsa marmo. Purtroppo dove c'è profitto non c'è limite e questo è ciò che rovina l'umanità. C'è un altro detto che mi piace molto e che rappresenta bene il mio modo di vivere. In greco si dice pan metron ariston, e tradotto letteralmente significa “ogni limite è perfetto”. Il marmo è come il vino: è buono, anche sano, se ne bevi un bicchiere, due, anche tre. Oltre diventa nocivo».

Da un'indagine dell'Isr della Camera di commercio è emerso che Pietrasanta ha superato Carrara nella lavorazione artistica. Lei che vive con un piede qui e uno in Versilia ne è stupito?

«Non molto. Pietrasanta ha sempre investito sull'arte e continua a farlo. Carrara no. Il comune di Pietrasanta anche quest'anno, per il secondo anno, ha fatto realizzare un filmato su sette artisti internazionali che lavorano lì. È un modo per promuovere gli artisti e la cultura artistica. A Carrara, in tutti questi anni, ho visto poche iniziative. Sempre per rimanere nel paragone fra Carrara e Pietrasanta: tutti all'estero conoscono la prima e meno la seconda; ma quando vengono e vedono con i propri occhi, realizzano che Pietrasanta è migliore per un artista. Ci sono più gallerie, non è concentrata solo sul marmo e ci sono più eventi artistici».

E che ne pensa di Marble Weeks?

«La città non cambia molto in quei giorni. In giro non c'è molta più gente rispetto agli altri giorni».

E in Grecia, cosa si muove?

«Ci sono diverse iniziative interessanti. Ad esempio il 25 aprile andrò a Cipro dove il sindaco di una cittadina mi ha chiesto di collaborare alla realizzazione di un Simposio. La particolarità è che le sculture andranno nel fondale del mare».

Ha già in mente la scultura che metterà in fondo al mare?

«Non ancora. Ma mi basterà guardare il telegiornale per avere ispirazione. Non mi piace quello che fa l'umanità: da una parte miseria dall'altra ricchezza, da una parte guerre e dall'altra feste glamour. Abbiamo gli occhi aperti ma non riusciamo a vedere. Le mie sculture sono un altro modo di parlare di ciò che ci circonda».

   
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